XXIV domenica Tempo Ordinario C

Vangelo Lc 15, 1-32

La Parola è un piccolo figlio che ci viene donato perché possa rannicchiarsi in noi e cercare rifugio e protezione nella nostra debole carne umana. Il teologo della croce H.U. Von Balthasar ci parla della Parola-bambino come di quel mistero che emerge dalla fecondità soprannaturale dell’anima per la quale il seme gettato cresce e si sviluppa. Chi riceve nella sua anima la Parola di Dio diventa madre per essa, riceve la capacità di partorirla: incluso nella nascita eterna del Figlio del Padre, l’uomo diventa per grazia fratello e sorella della Parola… Terribile questa Parola che a motivo della sua silenziosa impotenza, proprio come un bambino, può essere facilmente respinta, con mille modi. Dio viene a noi non come vincitore, ma come colui che invoca protezione… il Padre della parabola, è lui il bambino: la sua silenziosa impotenza di fronte alla volontà espressa dei due figli, il primo che se ne va portando via i suoi beni, e l’altro che lo serve ma senza donargli presenza. Un Padre-bambino che non si stanca di aspettare e si lascia intenerire dal figlio che ritorna, fa festa, uccide il vitello grasso, butta le braccia al collo del figlio, lo riempie di “coccole”… un Padre-bambino che supplica il figlio che non vuole entrare in casa e fa di tutto per convincerlo a fare festa. Un Padre dal cuore sconfinato, che ha varcato i confini del mio e del tuo, e vive nella logica di un dono incessantemente elargito, nel silenzioso fluire dei giorni, senza chiedere altro che di esserci. Solo il linguaggio di una preghiera profondamente bambina può far presentire nel suo scorrere la vita dell’eternità perché la vita rende infinitamente felici in ogni istante, se ci si lascia portare dal gioco delle onde e dal morbido sogno dell’incanto. Sì, perché la vita dice infinitamente di più di quanto si possa esprimere e richiede infinite nuove parole: la fonte dell’Amore scaturisce dall’eterno mistero della infanzia di un Dio, capace di lasciarsi morire per narrarsi interamente.

È così tanto allettante per noi stare fuori di casa?! Ci strapperanno il cuore di pietra queste parole del Padre: “Figlio, tu sei sempre con me! Tutto ciò che è mio è tuo…” perché i nostri passi siano passi di cerva sulle alte vette della grazia?!

Amare

MEDITAZIONE

Domande

Egli si arrabbiò. La rabbia di fronte a un fratello che rinnego perché si comporta male: forza più o forza meno? Forza più: Ti faccio saltare in aria. Forza meno: Ti abbraccio. È sufficiente una piccola leva per trasformare la rabbia da dinamite in forza motrice; “quello lì” che cancelleresti volentieri dalla faccia della terra ti appartiene: lui ha bisogno del tuo perdono per non farsi più male, ma anche tu hai bisogno di lui per imparare ad amare e a diventare “fratello”. Avrò il coraggio di andare da mio padre?! Che io senta la fame di casa mia, del calore della commozione antica che mi ha generato alla vita.

Chiave di lettura

La chiave dell’amore è in questo scorcio di incontro attorno a una casa simbolo dove l’apertura discriminante è il Padre. Un uomo capace di attesa e di dono. Il limite della libertà è in questa figura così dominante quanto nascosta. È lui, il padre, la soglia su cui si gioca il sentire. Ci sono figli e ci sono schiavi tra quelle pareti. Ma può sembrare che siano più liberi e intelligenti gli schiavi che non i figli. Quello più piccolo va via, in cerca di libertà. Pretende la sua parte, si allontana, dimentica, e quando torna a considerare la sua dignità è perché i porci sono diventati i suoi padroni, detentori del suo pane. La strada di casa diventa per lui il sogno della fame saziata, di una schiavitù dignitosa. Il suo è un cuore di servo, non conosce l’amore del Padre. E lo scoprirà nell’abbraccio del vestito più bello e nel profumo del vitello grasso. Il figlio più grande, incatenato in una fedeltà arida, non può accogliere una tale logica. Le parole del Padre: “Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo” gli stridono dentro. Il minimo che possa fare è mantenere la sua dignità restando fuori, nutrendosi di rabbia e di amarezza. Il rigettare le relazioni come qualcosa di non proprio lo porta a estraniarsi da quell’amore sconfinato che non cede a compromessi. La dignità non può perdersi in labirintiti di pensieri amanti a poco prezzo o in vertigini di ardue scogliere, levate a barriere di protezione dalla svenevole tenerezza di un ritorno. Insomma, si richiede un po’ di chiarezza quando le relazioni da precarie diventano difficili! Il perdono è roba di connette, e nella casa di cui si parla donne non se ne vedono. Ma questo padre che è anche una madre, attende da tempo il ritorno di quei figli servi della loro giustizia, lontani dal suo cuore. Ed esce per incontrarli. Esce la prima volta per correre incontro al figlio piccolo, ora ancora più piccolo perché affamato di tutto quel che aveva lasciato. Esce la seconda volta per correre incontro al figlio grande, ora ancora più grande perché sazio di rabbia. Esce questo padre che non ha serrature da chiudere per dare a entrambi la chiave della loro abitabilità: Tutto ciò che è mio è tuo. Non ci sono divisioni o parti: per chi vive la libertà dell’amore stonano parole del tipo: spetta a me, a me di meno e a lui di più, la deve capire, padrone-servo… Il vocabolario di chi ama allarga gli orizzonti, fa vedere lontano: genera commozione di fronte alla fame di amore dell’uomo, preghiera e benevola attesa di fronte alla durezza di chi non vuole coinvolgersi per timore di perdersi.

PREGHIERA

Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato, beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male (salmo 31).

CONTEMPLAZIONE

Cosa potrò fare nelle mie distanze così silenziosamente laceranti? Mi logorano le rivendicazioni a lungo taciute: Tu non mi hai dato mai… e ora che questo tuo figlio… Eppure l’eco della tua voce, Signore, è troppo esigente… Taci per un attimo e rifletti. I tuoi rimproveri amari si dilegueranno quando lascerai spazio all’appartenenza… Questo figlio mio è tuo fratello! Era morto, ora è tornato a vivere, l’abbiamo ritrovato. Bisogna far festa. Eri morto anche tu come lui. Non hai divorato anche tu i tuoi averi? Le tue parole non si sono forse prostituite quando hai rigettato l’amore per chi è sangue del tuo sangue? Non sei andato anche tu a fare il guardiano dei porci quando hai mendicato ai tuoi pensieri le carrube della vendetta e del risentimento? Torna a casa, figlio mio. Torna con tuo fratello! Il vitello grasso è anche per te.

Per i piccoli

Immagina di essere un pastore e di avere cento pecore. Se ne perdessi una, cosa faresti? Probabilmente diresti: Ma, me ne restano novantanove, poco male. E resteresti lì a guardare le novantanove pecore che ti sono rimaste, attento a non perderne altre. Nemmeno pensare di andare a cercarla! Così al ritorno non trovo neanche le altre… Questo è il ragionare dell’uomo in genere. Noi facciamo i conti, vediamo se una cosa conviene o no, quanto rischio e quanta fatica c’è… insomma, prima di scomodarsi ce ne vuole. L’interesse deve proprio essere tanto, il mio sguardo è a ciò che perdo io, non alla pecora che se ne sta smarrita chissà dove!!! Gesù ci parla di un pastore diverso, di lui a cui le pecore interessano una per una. Lui si accorge che una pecora non c’è più? Lascia le novantanove nel deserto e va a cercare la pecora smarrita. E mentre va la chiama per nome, perché sentendo la sua voce possa rassicurarsi e farsi sentire. Il pastore sa che la pecora si è smarrita non perché voleva ma perché si è distratta, perché voleva vedere qualcosa di nuovo, e non ha pensato alla possibilità di non trovare più la via del ritorno. A lui fa tenerezza il sapere la sua pecora spaventata in qualche fosso che spera nel pastore che va a cercarla. Quel cuoricino batte forte e mentre scendono le ombre della notte sogna l’arrivo del pastore. Che gioia quando si trovano! Sì perché il pastore non è pastore senza pecora, ma anche la pecora… non può vivere senza pastore. Quando la trova, non la sgrida perché è già spaventata di suo, se la mette in spalla e le fa sentire la contentezza di averla trovata. Addirittura chiama gli amici e i vicini per festeggiare. Chi non vorrebbe essere un pastore così?! Allora vai a contare le tue pecore, perché se ne manca qualcuna, vai a cercarla prima che faccia buio…

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