25 Set Vocazione: sr Maria Immacolata del Redentore, o.carm
Storia della mia vocazione
Puo’ capitare a tutti, almeno qualche volta nella vita, di sentire la necessità di scrivere per “mettere nero su bianco” i propri pensieri e sentimenti quando non possono essere espressi a voce. Forse dipende dal fatto che, come testimonia la Bibbia, ci sentiamo radicalmente chiamati all’esistenza dalla Parola. Il logos, la parola (intesa come intelletto) è anche ciò che più ci fa ad “immagine” del Creatore. Rileggevo in questi giorni di ritiro cose scritte anni addietro… l’effetto è stato simile a quello che potrei provare guardando una foto della mia prima giovinezza: l’emozione legata a quel momento non c’è più, è quasi svanita anche la memoria della coscienza passata, ma so che quella situazione è stata misteriosamente assunta nel mio “bagaglio” interiore.

Mi soffermo su alcuni fogli datati 1996. Ci sono alcune semplici preghiere, meditazioni personali… C’è anche una riflessione sulla vita religiosa; sebbene allora fossi laica e del Carmelo avessi letto solo qualche pagina scritta da Santa Teresa di Lisieux, facevo alcune semplici considerazioni che oggi posso ancora stanzialmente sottoscrivere. «Seguire Cristo povero, casto e obbediente non è una prerogativa esclusiva dei religiosi. È vero che Gesù chiamò alcuni, e non tutti, per stare con Lui (“quelli che egli volle”, si legge in Mc 3, 13), ma con la Risurrezione ha istituito questa famiglia di potenziali santificati: la Chiesa. Nella Chiesa non vi sono “caste”, per cui il religioso che professa i consigli evangelici sia destinato ad essere più santo di una moglie, di una madre, di un marito, di un padre.
Nella Chiesa vi sono DONI, cioè grazie o carismi, concessi a tutti in modo e misura e tipo diversi, a seconda della condizione (stato) “speciale” di vita cui si è chiamati. Anche gli sposi cristiani sono chiamati alla sequela di Cristo povero, casto, obbediente; in misura e modo diversi da quello del religioso, è chiaro, ma la vocazione del cristiano si realizza vivendo i consigli evangelici. La vita religiosa è tale in quanto i consigli evangelici sono vissuti in funzione dell’apostolato. Un religioso è un apostolo, un “mandato” non ad un numero circoscritto di persone, ma “a tutte le genti”. Questo non significa che egli arrivi a tutti, ma che va verso tutti. Anche se è un contemplativo, come Santa Teresina, è apostola. È vero che Gesù continua a chiamare alla vita religiosa pochi e non molti? Non so…Forse è carente la risposta. Ai religiosi Gesù chiede non solo che essi siano santi, ma che santifichino anche altri mediante la Parola e la loro fede in Lui. Ecco, per me i religiosi sono i “mandati”.
Essere religiosi significa partecipare attivamente all’ opera santificatrice di Dio verso tutti gli uomini; significa “vivere nel mondo senza essere del mondo” portando il peso di una umanità corrotta ma anche godere dei beni di una umanità santa come all’origine per testimoniarli a tutti. Sembra troppo “alto”? Lo è, almeno per me». Finito di leggere quelle righe, comincio a ripercorrere con la memoria le tappe fondamentali del mio faticoso cammino di discernimento che ha un suo vertice nella vita religiosa che ho intrapreso. Il cuore mi si riempie di gratitudine al ricordo delle persone che mi hanno pazientemente supportata (e spesso sopportata) durante la mia maturazione umana e spirituale: la Famiglia di San Leonardo Murialdo (santo che mi ha protetto soprattutto negli anni della mia adolescenza inquieta), le suore della Compagnia di Santa Teresa di Gesù, i vari confessori nei quali ho visto “come in uno specchio” la misericordia di Dio. E, ancora, tanti “padri” e “madri”, fratelli e sorelle, tutti quelli la cui presenza accanto a me e la cui preghiera soprattutto mi ha “salvata” e ancor oggi mi salva. Non è retorica, ma esperienza dell’Incarnazione di Cristo, Lui che è la Salvezza dell’umanità. Credo infatti che Dio mi salva dentro la mia storia, non solo facendosi uomo, ma impegnando altri uomini, oltre Lui e me.
C’è una storia paradigmatica per ogni credente nel Dio Unico ed è quella dell’Israele antico: la storia dell’Alleanza, della fedeltà di Dio e dell’infedeltà del suo popolo che per questo incontra sofferenza; storia di pentimento e di ritorno al Dio Vivente attraverso il deserto. Con la venuta di Cristo, essa è diventata Redenzione, liberazione dal peccato e dalla morte mediante l’azione vivificante dello Spirito Santo. Con l’incommensurabile grazia del Battesimo, anche la mia storia è entrata nel raggio dell’Alleanza con il Dio Liberatore. Nella mia personale storia di “riscattata”, la mia famiglia naturale è stata la polvere benedetta con cui Dio mi ha plasmata nella carne. La stabilità di cui essa è stata simbolo e che ho lasciato per il costante pellegrinaggio nello Spirito, è ciò che mi attendo nella vita eterna, dove “Dio sarà tutto in tutti”. Il resto è storia di misericordia, scritta dalla Presenza da cui posso soltanto lasciarmi guidare senza percepirla con i sensi perché, come affermava S. Giovanni della Croce, «se l’anima si sforzasse di vedere nell’ottica di Dio, resterebbe abbagliata più di chi spalanca gli occhi per fissare il grande splendore del sole». Dal mio piccolo “tesoro” esperienziale posso trarre “cose antiche e cose nuove”. Della mia infanzia conservo soprattutto l’attitudine a stare da sola a lungo. Ragazzina, infatti, appena potevo mi rifugiavo nei campi incolti intorno alla mia casa, in compagnia del mio bisogno d’infinito e delle melodie dolci che inventavo in mezzo alla natura, dove tutto mi sembrava avere un’anima, dai minuscoli insetti tra l’erba ai rami altissimi degli alberi. Alle mie sorelle maggiori apparivo un po’ “marziana”, forse per la mia aria di chi sembrava non avere i piedi per terra. Di certo nelle lunghe ore passate nei campi il mio sguardo era spesso rivolto al cielo, immaginandovi frotte di angeli che vi si muovevano rapidamente scambiandosi informazioni e raccomandazioni sui terrestri.
Del Cielo mi parlava mia nonna così come poteva, e come poteva mi insegnava a pregare: per lei Dio più che da amare era da temere. L’adolescenza arrivò in anticipo per me, con tutto il suo carico di inquietudine, di sofferenza, di paura. La tentazione di seppellire quel periodo è fortissima: le ferite, quando non sono ben chiuse, possono far male a ogni piccolo tocco. Quelle più profonde mi sono state causate dai miei stessi peccati, specialmente quello di voler affermare a tutti i costi la mia volontà. Ma la testardaggine che mi caratterizzava in quel periodo oggi posso positivamente recuperarla trasformata in perseveranza nella fede. Infatti «mi sono stancata prima io di offenderlo che Lui di perdonarmi. Egli non si stanca mai di dare, né le sue misericordie possono esaurirsi: non stanchiamoci di riceverle!» (S. Teresa d’Avila). Arrivata all’età adulta, aspiravo alla vera libertà, intesa come possibilità di fare scelte, prima morali e poi materiali. Ma, come si sa, per fare scelte in libertà occorre innanzitutto “vedere” qual è la propria verità. Io non riuscivo a vederla, forse per paura. Pregavo allora Dio misericordioso di farmi scoprire la verità di me stessa senza rimanerne schiacciata: intuivo che solo a quella condizione avrei potuto fare scelte libere.
In me c’era in fondo un desiderio ancora più grande: conoscere la Verità di Dio e in lui amare tutto e tutti. Ma questo desiderio era ostacolato da un male profondo e terribile: la negazione della mia fragilità e il rifiuto della conversione che si traduceva in chiusura, isolamento, vuoto affettivo. Intuivo che la vera sofferenza non era il dolore per il mio peccato, ma la lontananza da Dio, da me stessa, dagli altri; l’incapacità di cercare Dio e di sperare nella vita futura. Mi sentivo in gabbia, una gabbia costruita con le sbarre delle mie paure perché, in realtà, il pensiero di Dio mi faceva intravedere una porta davanti alla quale rimanevo immobile senza aprirla. Cosa o chi mi ha liberata? In verità, la presenza di coloro attraverso i quali Cristo si è fatto prossimo a me più di me stessa. La misericordia di Dio verso di me si è incarnata (non sarò mai stanca di ripeterlo), insegnandomi così ad essere capace di misericordia, sebbene a causa della mia fragilità io sia sempre soggetta a rovinose cadute.
Posso ancora dire, con Teresa d’Avila: «A volte io lo temo molto [di perdere tutto] anche se, d’altra parte, mi sento quasi sempre sicura della misericordia di Dio che, avendomi liberata da tanti peccati non vorrà ritirare da me la sua mano, perché io abbia a perdermi» . L’esperienza dell’amore del Signore nella verità, “amore tenero, personale, attuale, misericordioso” (così scriveva nella sua eccezionale sintesi S. Leonardo Murialdo verso la fine del XIX secolo), ha fatto nascere in me l’esigenza di servirLo, nella consapevolezza che non ho altro modo per conoscere Gesù Cristo se non quello di lavorare per Lui, il Maestro. «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15); queste parole del Nuovo Testamento sono quelle che più spesso mi risuonano nel cuore, insieme al comandamento: «Tu amerai il signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5).
Servire il Signore della vita ad imitazione del profeta Elia che (secondo la testimonianza del libro dei Re), dopo un cammino lungo e faticoso, impara a leggere di nuovo i segni della presenza di Dio: è questa la mia strada per vivere in comunione con Lui. Dio stesso mi offre un eminente modello di servizio nella Vergine Maria, immagine della Chiesa sempre più presente nella mia vita come Madre e Maestra; al Carmelo voglio imparare ad imitarla soprattutto in due atteggiamenti: l’adesione alla Parola che salva a all’Amore che redime; la disponibilità a lasciarmi trasformare in ciò che devo essere e che il mio abito rivela. Nelle tre parabole della misericordia che si leggono nel Vangelo secondo Luca vi sono delle figure in secondo piano: gli amici e i vicini del pastore che ritrova la sua pecora, le amiche e le vicine della donna che ritrova la sua dramma, i servi del padre misericordioso che ritrova il figlio sano e salvo. Come ascoltatrice della parabola vengo provocata ad assumere una posizione nella situazione descritta.
Ebbene, la mia oggi è una di queste: sono un’amica, una vicina, una serva tra coloro che nella Liturgia della vita sono chiamati a far festa per il Figlio Risorto. Il figlio prodigo della parabola è intenzionato a tornare a casa come servo, ma viene preceduto dall’amore del padre che gli si getta al collo. Così non c’è contrapposizione tra il mio servizio e la mia figliolanza in Cristo, ma integrazione, perché il servizio sprofonda nella libertà garantita dall’amore di Dio Padre.
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