Quinta domenica di Quaresima …

Vieni fuori

Ci sono pagine del Vangelo che non si leggono soltanto: si attraversano. Il racconto della risurrezione di Lazzaro è una di queste. Non è solo una storia di morte e di ritorno alla vita, ma una soglia, un passaggio misterioso in cui qualcosa, dentro, si incrina e si apre.

Betania è un luogo di amicizia, di intimità, di casa. Gesù questa volta vi arriva quando tutto sembra ormai perduto. Lazzaro è già nel sepolcro da quattro giorni. Marta e Maria hanno già attraversato il dolore, la delusione, forse anche quella domanda che osa diventare parola amara: “Perché non sei arrivato prima?”. È una domanda che appartiene anche a noi, quando Dio sembra tardare, quando la vita si chiude in vicoli ciechi, quando ciò che amiamo sembra sfuggirci.

E Gesù non si sottrae a questa tensione. Non spiega, non giustifica. Si ferma. Ascolta. Piange.

Le lacrime di Dio: un mistero che ci riguarda

Quel versetto così breve – “Gesù scoppiò in pianto” – contiene una profondità che non si lascia esaurire facilmente. Dio non resta fuori dal nostro dolore. Non lo osserva da lontano. Entra, si lascia toccare, vibra. E proprio lì, nel punto più umano, più fragile, più esposto, accade qualcosa di inaudito.

“Dove lo avete posto?”

È una domanda che attraversa il tempo e arriva fino a noi. Dove abbiamo posto ciò che in noi è morto? Dove abbiamo sepolto i sogni che non hanno trovato spazio, le parti di noi che abbiamo ritenuto inutili, inadeguate, troppo deboli per essere mostrate? Dove giace ciò che abbiamo smesso di sperare?

Il sepolcro di Lazzaro è anche il nostro.

Togliere la pietra: il gesto che apre alla vita

C’è una pietra da togliere. E non è Dio a farlo. Gesù chiede agli altri: “Togliete la pietra”. Come se la vita nuova avesse bisogno di una collaborazione, di un gesto umano che apra uno spiraglio. Non è un atto eroico, non è qualcosa di eclatante. È un movimento semplice, concreto, quasi quotidiano. Eppure decisivo.

Forse anche nel cuore di chi cerca, di chi sente una inquietudine sottile, una nostalgia senza nome, c’è una pietra. Può essere la paura di perdere qualcosa, l’idea che una certa strada sia troppo esigente, o semplicemente il timore di non essere all’altezza. Eppure quella pietra non è definitiva. Non è la parola ultima.

Una voce che chiama per nome

“Lazzaro, vieni fuori!”

È un grido che attraversa la morte. Non è un invito gentile, è una chiamata potente, personale, irripetibile. Gesù non parla alla folla, chiama per nome. E Lazzaro esce. Ancora avvolto nelle bende, ancora segnato dalla morte, ma vivo.

Questa scena ha qualcosa di disarmante. La vita nuova non arriva quando tutto è già sistemato, quando siamo pronti, quando abbiamo risolto ogni contraddizione. Arriva dentro le bende, dentro ciò che ancora trattiene, dentro una storia che non è perfetta.

E poi c’è un altro passaggio, quasi nascosto: “Liberatelo e lasciatelo andare”. La vita restituita ha bisogno di essere sciolta, accompagnata, custodita. Non è un evento isolato, è un cammino.

Nel silenzio, una vita che emerge

Nel silenzio di un chiostro, tra le pietre di un monastero e il ritmo cadenzato della preghiera, questo Vangelo risuona con una particolare intensità … è un andare al cuore. Lì dove le domande non cercano risposte immediate, ma si lasciano abitare. Lì dove la vita, spogliata di molte sovrastrutture, mostra la sua verità essenziale.

Forse il punto  per te non è capire tutto. Non è nemmeno decidere subito. Ma restare in ascolto di quella voce che, in modi spesso discreti, continua a chiamarti per nome. Una voce che non forza, ma insiste. Che non impone, ma attira.

Da dove sto vivendo?

C’è un momento in cui ciascuno si trova davanti al proprio sepolcro. Un momento in cui tutto sembra fermo, chiuso, definitivo. E proprio lì, inaspettatamente, può accadere qualcosa con una forza che sorprende.

La risurrezione di Lazzaro non elimina la morte dalla storia, ma la attraversa, la incrina, la relativizza. Dice che non è l’ultima parola.

E allora forse la domanda più vera non è “che cosa devo fare?”, ma “da dove sto vivendo?”. Sto vivendo da un sepolcro chiuso, protetto, controllato? O da una pietra che lentamente si lascia spostare, lasciando entrare una luce che ancora non comprendo del tutto?

C’è una vita che attende di emergere. Una vita che cresce nel segreto, come un seme. E a volte basta una parola, una presenza, uno sguardo per accorgersi che qualcosa, dentro, si sta già muovendo.

Forse è proprio lì che  per te tutto comincia. O ricomincia.

Nessun commento

Aggiungi un commento