20 Giu Nessuno se ne accorgerebbe?
Una frase che resta dentro
In monastero non arrivano tutte le notizie del mondo, ma arrivano molte domande. Alcune attraverso gli ospiti che bussano alla porta, altre nelle mail, nei messaggi, nelle conversazioni che nascono quasi per caso.
Qualche tempo fa una ragazza ha scritto una frase che continua ad accompagnarmi.
«Ho paura che, se smettessi di farmi sentire per qualche giorno, nessuno si accorgerebbe della mia assenza».
Non era una persona isolata. Aveva amici, studiava, frequentava ambienti pieni di gente. Eppure quella paura c’era. Era reale.
Mi colpì perché non parlava semplicemente di solitudine. Parlava di qualcosa che tocca molti giovani, e forse non solo loro: il timore di essere poco importanti, facilmente sostituibili, rapidamente dimenticabili.
Viviamo immersi nelle connessioni e tuttavia sperimentiamo spesso una strana invisibilità. Possiamo essere raggiungibili in ogni momento e, nello stesso tempo, sentirci sconosciuti. Possiamo ricevere decine di messaggi e continuare a domandarci se qualcuno ci conosca davvero.
Forse una delle ferite più silenziose del nostro tempo è proprio questa: il dubbio di non avere un posto unico nella vita di qualcuno.
E quando questo dubbio si insinua nel cuore, lentamente cambia il modo di guardare se stessi. Si comincia a pensare che il proprio valore dipenda da quanto si è notati, cercati, apprezzati. Come se la nostra importanza dovesse essere continuamente dimostrata.
L’epoca delle presenze fragili
Fino a qualche anno fa, nei gruppi giovanili si temeva soprattutto l’esclusione. Oggi sembra diffondersi un’altra inquietudine: quella dell’irrilevanza.
Non è la stessa cosa.
L’esclusione è essere lasciati fuori. L’irrilevanza è pensare che la propria presenza o la propria assenza non facciano differenza.
Molti ragazzi crescono in un ambiente che misura continuamente. Numeri, visualizzazioni, prestazioni, classifiche, risultati. Tutto sembra sottoposto a verifica.
Naturalmente nessuno lo dice apertamente, ma il messaggio che passa è spesso questo: vali se lasci un segno visibile.
E così, senza accorgercene, iniziamo a cercare prove della nostra importanza. Un riconoscimento. Un successo. Un’approvazione. Qualcuno che ci confermi che esistiamo davvero.
Il problema è che queste conferme durano poco.
Somigliano alle luci delle finestre accese nella sera. Da lontano sembrano vincere il buio, ma all’alba scompaiono senza lasciare traccia.
Per questo tanti giovani, anche quando ottengono ciò che desiderano, continuano a sentirsi inquieti. La domanda di fondo rimane aperta.
«Se tolgo ciò che faccio, ciò che mostro, ciò che ottengo, resto ancora qualcuno?»
È una domanda che merita rispetto. Perché tocca il punto più profondo dell’esistenza.
Una pietra consumata dal passaggio
Qualche giorno fa, durante la preghiera in coro, il mio sguardo si è fermato sulla piccola porta attraverso la quale ogni giorno entriamo e usciamo.
Nessuno la nota particolarmente. Eppure permette il passaggio di ciascuna.
Sotto quella porta c’è una pietra consumata dal tempo. Vi è incisa una semplice scritta: In nomine Jesu.
Nel nome di Gesù.
Quante volte ci passo sopra senza quasi accorgermene? E quante volte quella pietra silenziosa ha sostiene il cammino ognuna di noi monache?
Osservandola, ho pensato che molte delle realtà più importanti della vita assomigliano proprio a quella pietra.
L’amicizia autentica.
La fedeltà.
La pazienza.
La capacità di ascoltare.
Le persone che ci hanno aiutato a crescere senza chiedere nulla in cambio.
Le cose più preziose raramente attirano l’attenzione.
E forse anche il valore di una persona appartiene a questa categoria.
Noi abbiamo imparato a cercarlo nella visibilità, mentre spesso esso abita nella profondità.
Dove nessuno applaude.
Dove nessuno fotografa.
Dove si gioca il segreto della nostra verità.
La paura che non confessiamo
Ci sono paure che raccontiamo facilmente.
La paura del futuro.
La paura di sbagliare.
La paura di non trovare la propria strada.
E poi ce ne sono altre che teniamo nascoste.
La paura di non essere abbastanza interessanti.
La paura di non essere scelti.
La paura di non meritare amore.
La paura che gli altri scoprano le nostre fragilità.
Molte scelte nascono da qui.
A volte studiamo per passione. Altre volte per dimostrare qualcosa.
A volte inseguiamo un sogno. Altre volte inseguiamo uno sguardo che ci approvi.
La differenza può sembrare sottile, ma cambia tutto.
Quando la nostra identità dipende esclusivamente dal giudizio degli altri, diventiamo prigionieri di un tribunale che non chiude mai.
Ogni errore diventa una condanna.
Ogni confronto una minaccia.
Ogni successo degli altri una diminuzione di noi stessi.
E il cuore si stanca.
Si stanca di dover meritare continuamente il diritto di sentirsi amato.
Lo sguardo che ci precede
Negli anni trascorsi in monastero ho imparato una cosa semplice.
Ogni persona desidera essere vista.
Non osservata.
Non controllata.
Non valutata.
Vista.
Essere osservati significa diventare un oggetto di attenzione.
Essere visti significa essere riconosciuti nella propria verità.
Con le proprie luci e le proprie ombre.
Con le proprie qualità e i propri limiti.
Con la propria storia unica.
Forse è questo che cerchiamo per tutta la vita: uno sguardo che non ci riduca a una prestazione, a un errore o a un ruolo.
Ora, nessuno sguardo umano, per quanto sincero, riesce a colmare del tutto questa sete.
Invece abbiamo bisogno di sapere che esiste Qualcuno che ci conosce fino in fondo e continua ad amarci.
Qualcuno che ci vede quando nessuno ci nota.
Che ci cerca quando noi stessi ci siamo smarriti.
Che non misura il nostro valore in base ai risultati.
Prima ancora che noi cerchiamo Dio, Dio cerca noi.
Prima ancora che noi lo amiamo, siamo amati.
Prima ancora che riusciamo a fare qualcosa di buono, siamo preziosi ai suoi occhi.
Non perché siamo perfetti.
Non perché siamo forti.
Ma semplicemente perché siamo suoi.
Quando questa verità scende dalla mente al cuore, qualcosa cambia.
La paura smette di avere l’ultima parola.
Una vita chiamata per nome
Ripenso spesso a quella ragazza e alla sua domanda.
«Se sparissi per qualche giorno, qualcuno se ne accorgerebbe?»
Se ti dovesse accadere di essere su questa pagina a leggere vorrei dirti che esiste Uno che si accorge sempre della tua presenza.
Uno che non ti confonde con nessun’altra.
Uno che ti conosce per nome.
Forse la domanda decisiva non è: «Valgo qualcosa?».
Forse la domanda decisiva è: «Per chi sono preziosa?».
La risposta delll’amore è sorprendente: sei preziosa per Dio.
E quando una persona scopre di essere amata così, comincia a guardare la propria vita in modo diverso.
Non più come un problema da risolvere.
Ma come un dono da accogliere.
Allora nasce anche la domanda
Non anzitutto: «Che cosa devo fare?».
Ma: «Signore, che cosa sogni per me?».
Ogni vocazione nasce qui.
Dall’incontro con un amore che chiama.
Per alcuni prenderà la forma del matrimonio.
Per altri del sacerdozio o della vita consacrata.
Per altri ancora di una dedizione generosa vissuta nelle realtà quotidiane.
Le strade sono diverse, ma l’origine è la stessa: sentirsi amati e chiamati.
Per questo la vita non è mai una coincidenza.
Non è mai un errore.
Non è mai una presenza irrilevante.
È una storia custodita da Dio e affidata alla nostra libertà.
E forse la verità più difficile da credere non è che siamo fragili.
È che siamo infinitamente amati.
Così amati da essere chiamati, uno per uno, per nome.
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