Tendere

Un’ardente tensione….
Siamo una comunità di donne impegnate a vivere, giorno dopo giorno, nel solco della Parola e nella disciplina del cenobio. Così cerchiamo di rispondere al dono irrevocabile di Dio della nostra vocazione monastica -(“Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”- Rm 11,29)- stabilendo, progressivamente, tutta la nostra umanità nell’esperienza della preghiera, dell’ascolto della Parola, della sequela di Cristo e dell’apprendimento della carità. Così, in questa “scuola del servizio di Dio”, delineiamo i tratti della nostra fisionomia, i lineamenti di quell’identità contenuta nel termine che ci definisce: monache, (dal greco monos da cui: monaco che in latino traduciamo con unus). “Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra”.(dal Sl 72); “il Tuo volto Signore io cerco non nascondermi il tuo Volto” (dal sl 26). Sono tratti di un’identità che esprimono il desiderio solo di Dio, l’anelito del suo Volto, di quel Nome, di un’appartenenza esclusiva a Lui. Tratti che ci fanno tendere verso il Solo, l’Unico, tratti che esprimono la tensione verso l’unificazione interiore, verso una sola preoccupazione, un solo amore, una sola meta. Tratti che orientano la nostra vita verso una libertà vera, che ci espropriano da noi stesse per farci possedere totalmente dalla verità e ci portano a vivere ad un livello in cui ci sentiamo e siamo unite a tutti e al Tutto. Quest’ardente tensione verso l’unificazione passa attraverso un impegnativo combattimento che pian piano trasforma la nostra interiorità, ci apre e insegna a resistere all’asprezza del dolce e profondo incontro con Dio e plasma le nostre relazioni interpersonali aiutandole a camminare verso la comunione evangelica. Sincletica (una madre del deserto) dice a riguardo: “Per coloro che si avvicinano a Dio all’inizio vi è lotta e grande fatica, ma poi gioia indicibile. Come quelli che vogliono accendere il fuoco: prima sono disturbati dal fumo e lacrimano, quindi raggiungono ciò che cercano. Perché il nostro Dio è fuoco che consuma (Eb 12,29). Così anche noi dobbiamo accendere il fuoco divino con lacrime e stenti”. Parole queste che fanno eco a quelle di Gesù: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta” (cfr. Lc 13,24). Sì, un faticoso cammino che avvicina a Colui che ridona l’ unità; una lotta che passa attraverso l’esperienza umiliante ma liberante della tentazione ma che è cifra riassuntiva di ogni cammino spirituale. Il percorso si dipana sulla paziente ruminatio della Parola, che mentre fa da specchio alla visione onesta della nostra piccolezza, ci colloca dentro l’attesa di un incontro, supportato dalla certezza di fede, che Dio vigila sulla sua Parola per realizzarla -Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo». Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla».(Ger, 1,11-12) Camminando nella solitudine, infatti, facciamo esperienza della nostra debolezza, delle nostre miserie, tra cadute ed errori, riconosciamo e riusciamo a chiamare per nome ciò che abita realmente il nostro cuore, scopriamo quante divisioni si annidano in noi e impariamo lentamente -e non senza dolore- a lasciarci guidare, sempre meno difese e più vulnerabili, dallo Spirito di verità e unità.  Con sapienza e concretezza così ci esorta S.Teresa: ”Non lamentiamoci dei nostri timori né ci scoraggi vedere la debolezza della nostra natura e dei nostri sforzi. Piuttosto cerchiamo di rafforzarci nell’umiltà e di renderci ben conto di quanto siano limitate le nostre possibilità e del fatto che, senza l’aiuto di Dio, non siamo nulla. Bisogna confidare nella sua misericordia, diffidare completamente delle nostre forze ed essere convinti che tutta la nostra debolezza deriva dal far assegnamento su di esse. Non senza una profonda ragione nostro Signore ha voluto manifestare debolezza. È chiaro che non la sentiva, essendo egli la stessa forza; ma l’ha fatto per nostra consolazione, per mostrarci quanto sia opportuno passare dai desideri alle opere e indurci a considerare che, quando un’anima comincia a mortificarsi, tutto le riesce gravoso. Se si accinge a lasciare le proprie comodità, che pena! Se a trascurare l’onore, che tormento! Se deve sopportare una parola ostile, che cosa intollerabile! Insomma, è assalita da ogni parte da tristezze mortali. Ma, appena si deciderà a morire al mondo, si vedrà libera da queste pene; anzi, non nutrirà più alcun timore di lamentarsi, una volta conseguita la pace richiesta dalla sposa”.(Santa Teresa d’Avila, Pensieri sull’amore di Dio 3, 12). L’esperienza ci fa comprendere, poi, che questo cammino faticoso e doloroso, non è frutto di conquista ascetica. Arriva un momento, infatti, nel quale non è più possibile fidarsi delle proprie forze. Ci si trova ridotte alla propria debolezza, ci si sente impotenti, vuote. A questo punto l’esperienza è quella, come dice S. Teresina, dell’affidamento sino alla follia alla Misericordia di Dio che sentiamo ci raggiunge proprio in quel punto di povertà in cui avvertiamo che tutte le nostre energie naturali, ormai, sono esaurite… E il cammino personale, che mantiene tutte le tonalità concrete della vita quotidiana, si volge pian piano a raccogliere e ricomporre tutto in quella comunione d’amore da cui ci sentiamo generate e verso cui ci sentiamo chiamate e protese.

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