Lo stile di Dio

Lo Stile di Dio

Tenere lo sguardo fisso sull’Amore, puntare e ripuntare il Centro dopo ogni caduta senza stancarsi, condensare la vita dentro la Luce, spalancare il cuore per diventarne dimora, irrobustire lo spirito, radicandolo in Lui perchè regga il peso quando il capo reclina verso terra. Da qui la strada per un autentico amore fraterno, la linea per una costruttiva e sincera prossimità, la via migliore di tutte per vivere la carità: fissarsi in Dio e avvertire l’esigenza improrogabile di trasformare l’incontro “faccia a faccia” con Lui in amore e in servizio che coinvolga tutta la vita. Questa la storia della carità, questo il filo rosso lungo il quale dipanare e snodare la vita tutta intera, questo il laccio indivisibile che tende a Dio e annoda tra noi.
L’esperienza quotidiana conferma che l’amore fraterno richiede un impegno dinamico, protratto, rinnovato, che si sviluppa e vive se, assumendo tutto il vigore e il realismo del nostro cuore di carne, continua ad attingere all’amore di Cristo e all’esperienza del Suo amore per noi. Accogliere, incontrare, amare l’altro passando per Cristo, non da superdonne ma ponendoci umilmente nelle sue mani, con fiducia perchè Lui ci trasformi sapendo bene di non poter essere capaci di amare, come Cristo chiede, se non rivestendoci del Suo amore, se non prese da questo amore che dà la forza e la capacità di credere e di sperare pienamente oltre le nostre debolezze o le fatiche della vita insieme, che dà la spinta per coinvolgere in un unico giro Dio e il prossimo.
Occorre, tuttavia, inseguire l’amore sui binari della concretezza e cominciare col riconoscere l’altra persona e le tracce di Dio in lei a partire dalla sua singolarità, riconoscere la sua dignità personale, il valore unico e irripetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza. Occorre, anzitutto, intraprendere consapevolmente un cammino di umanizzazione dei rapporti intrpersonali dove, il primo e fondamentale passo è porsi in atteggiamento di ascolto, un ascolto che, rinunciando ai pregiudizi che ci abitano, sia un sì radicale all’esistenza dell’altro, una relativizzazione delle rispettive differenze, una valorizzazione degli stessi limiti di ciascuno come risorsa per l’incontro. Occorre rendere l’altro vicino per poterlo amare, porsi di fronte a lui con discrezione, disporsi ad accoglierlo anche nei tempi bui, essere sinceri, anche quando la verità può essere sgradevole, essere misericordiosi, non esprimere valutazioni. Occorre, poi, accettare che l’amore, di fatto, conosce anche tante contraddizioni, difficoltà, conflitti, infedeltà … che non coinvolge nessuno senza esporlo al dolore e senza perdite, che nell’amore c’è la sofferenza, il dolore per le contraddizioni ma anche per le inadeguatezze, per l’incapacità di amare… Quanta disciplina occorre per amare in modo autentico, in una relazione piena di rispetto, senza diffidenza, nella tensione verso un rapporto costruttivo, dinamico, umanizzante … quanta disciplina per un amore che si muova in Dio. L’amore tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, tutto spera….. (1 Cor 13). Occorre ricordare, inoltre, che come dice Benedetto XVI: “Un amore che vuol essere solo sovrannaturale perde la sua forza, mentre d’altra parte la chiusura dell’amore nel finito, la sua profanizzazione e separazione dalla dinamica verso l’eterno, falsifica anche l’amore terreno che secondo la sua essenza è sete d’infinita pienezza”.
Occorre, in definitiva, che Dio sia al cuore delle relazioni e della persona, che attorno a Lui si dispongano ordinatamente tutte le persone senza pregiudicare l’ordine della carità, che da Lui si impari che amare è donarsi, dimenticarsi di sè, fare il primo passo, essere “vuoti a perdere”, non attendere il contraccambio. Occorre che da Lui si impari che l’amore è ricchezza anche quando sostenenrlo significa scegliere di indietreggiare, rinunciare, sacrificare; che l’amore arma e disarma, rende debole, vulnerabile e, allo stesso tempo, capaci di spostare le montagne, che l’amore rende “uno” con Dio di cui l’autentico ritratto è il crocifisso. Occorre credere che se amando crediamo di impoverirci, quello è il momento della ricchezza in Dio, che l’amore è un dono che ci fa assomigliare a Dio, che l’amore è una scheggia infuocata di Dio in noi, che l’amore è lo stile di Dio .

Circa lo stile di Dio:

Dall’«Autobiografia» di Santa Teresa di Gesù Bambino.
“Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore è eterno.
Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio.
Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà.”

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