Sgomberare il campo

Sgomberare il campo….

 

Non è una vicenda per nulla tranquilla mettersi nelle mani di Dio e lasciarsi lavorare…. Dio è il Vasaio che scende in profondità e non sempre o non subito siamo disposte a lasciarci modellare perché abbiamo un’ idea di noi stesse, un progetto più o meno definito e conscio, una sorta di “gelosia” per quello che siamo o siamo state e non vogliamo smarrire. I tempi non sono per tutte uguali ma – prima o poi – se Lo si lascia fare, si avverte che questa consegna ci porta oltre, ben lontano dei nostri piani. Avvertiamo il processo in atto e intuiamo le conseguenze; naturalmente siamo portate a recalcitrare, a resistere, in alcuni istanti, ad opporci…perché l’abbandono non è passività, buonismo…. L’abbandono è resa consapevole, coraggio di una fede matura che permetta di incontrare Dio nella nudità del solo affidarsi.

La fatica più grande – che  però  col tempo diviene autentica fonte di libertà- è la scoperta della propria debolezza, di tanta polvere che ricopre l’ anima e del bisogno di lasciarsi ripulire da Dio. La preghiera, l’ascolto docile della Parola, l’attenzione a tenere lo sguardo fermo in Dio a partire dalle circostanze ordinarie e insignificanti del quotidiano, portano via via ad  entrare in un dinamismo spirituale grazie al quale la debolezza diventa luogo consapevole dell’incontro con Lui e si comprende in modo inedito che Egli non la toglie perché, nell’esperienza di questa miseria, Lo si possa  autenticamente incontrare.

I margini della nostra umanità possono provare dolore ma si fa l’esperienza del “lasciarsi cadere dentro”, si percepisce che Dio invade interiormente, e che a noi tocca “soltanto” sgomberare il campo. Un evento doloroso, rischioso, per molti tratti sconvolgente che ci porta fuori da noi stesse e da quanto avevamo pianificato per la nostra vita…. Brucia dentro….  ma lentamente ci trasforma …. È l’esperienza della Grazia!

Un aiuto molto grande, in questo processo di cambiamento, lo offre la comunità con la sua concreta fisionomia. Facciamo l’esperienza, che, facendo il tentativo evangelico di costruirci sulla debolezza riconosciuta e benedetta dal Signore, sullo sforzo di comprensione e sul perdono reciproco, il cammino di ciascuna diviene più profondo, più vero più visibile. Si constata che anche nelle situazioni più faticose, nulla è impossibile all’azione dello Spirito, anche se ciò richiede l’impegno incessante di lasciarsi condurre, di rendere il cuore docile, di farsi discepole. E anche se la nostra vita liturgica curata e prolungata, o l’accoglienza di nuove vocazioni, o la bellezza semplice, silenziosa ed essenziale del fluire dei giorni danno pace,  niente dà più vita e forza alla comunità quanto la gioia del perdono reciproco, niente da più freschezza e novità alla vita di ciascuna e di tutte quanto il passaggio della Misericordia dal cuore di Dio al nostro cuore.

I padri del deserto sostengono che l’uomo che impara – passando attraverso la prova della tentazione e  superandola- la dolcezza della quiete nella sua cella  non può più sentire nessuno come ostile.  Si  è allontanato dal mondo col corpo ma si è unito al mondo con il cuore.

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