L’Ascensione: il cielo nella carne

Più vicino del visibile

Spesso si sente dire che l’Ascensione sia una festa lontana.
Bella, certo. Ma lontana. Troppo piena di cielo, troppo poco vicina alle stanze concrete della vita.

Eppure, se ci penso davvero, mi accorgo che proprio qui si gioca qualcosa che attraversa molte esperienze umane. Ci sono presenze che non spariscono, ma cambiano modo di restare. Persone amate che non possiamo più trattenere come prima. Parole che continuano a vivere dentro anche quando il suono si è spento. Giorni in cui Dio sembra essersi ritirato appena oltre il visibile, e proprio per questo diventa più difficile dimenticarlo.

L’Ascensione abita lì.

In quella soglia sottile tra vicinanza e assenza. In ciò che non si vede più e tuttavia resta reale.


Il cielo nella carne

Gesù sale al Padre senza lasciare la terra impoverita di Lui.
Porta con sé le ferite. Porta il corpo. Porta la storia umana dentro Dio.

È qui che tutto si sposta.

Non è l’uomo che cerca il cielo con fatica.
È il cielo che entra definitivamente nella carne dell’uomo.

Questo mi colpisce ogni volta: che nulla dell’umano viene scartato. Nemmeno ciò che resta incompiuto, fragile, non risolto.

L’Ascensione non allontana Cristo dal mondo. Lo consegna al Padre portando il mondo dentro il Padre.


Guardare il cielo senza perdere la terra

I discepoli restano a guardare verso l’alto. Non corrono. Non si disperano. Rimangono sospesi dentro un evento che non sanno ancora abitare.

C’è dolore, certo. Ma non vuoto.

Come se qualcosa si fosse aperto invece di chiudersi.

Non più una presenza davanti agli occhi.
Una presenza che comincia a dimorare altrove.

Dentro.

E forse la fede comincia proprio in questo passaggio: quando Cristo non è più soltanto ciò che si vede, ma ciò che trasforma il modo di vedere.


Quando Dio si sottrae

Ci sono stagioni in cui vorremmo un Dio immediato, evidente, che riempia ogni spazio e risponda senza attesa.

Poi accade qualcosa di diverso: il Signore si sottrae un poco.

E il cuore, invece di spegnersi, si fa più attento.

Più nudo. Più vulnerabile.

Come quando si entra in una chiesa feriale quasi vuota e il silenzio non è assenza ma presenza densa. Oppure quando, dopo giorni pieni di parole consumate, un salmo pregato lentamente riapre una sorgente che non si era persa, ma soltanto coperta.

Non emozione.
Non euforia.

Piuttosto una verità quieta che non ha bisogno di dimostrarsi.

Credo sia questo il movimento nascosto dell’Ascensione: non togliere Cristo, ma cambiare il modo in cui resta.


Tornare a Gerusalemme

Mi colpisce un dettaglio semplice: dopo l’Ascensione, i discepoli tornano a Gerusalemme.

Proprio da dove erano fuggiti.
Dove si erano nascosti per paura.

Tornano alla città concreta, contraddittoria, ferita.

Non vengono sottratti al mondo. Eppure il mondo non è più lo stesso: hanno incontrato un Altrove che abita la terra stessa.

Il cielo nella carne non è un’idea. È una direzione nuova dentro la vita.


Restare diversamente

È qui che nasce la vita contemplativa.

Non nel desiderio di fuggire.
Ma nel desiderio di restare diversamente.

Di vivere senza perdere il centro.
Di custodire uno spazio interiore non continuamente occupato dal rumore.
Di lasciare che Cristo abiti il cuore senza doverlo trattenere.

Una vita che, senza proclamarlo, diventano memoria silenziosa di questo.

Vita che non si separa dal mondo, ma lo abita provando a non disperdersi.


La fame che non si consuma

Ci penso spesso quando incontro persone che vivono tutto con intensità e tuttavia restano inquiete. Come se nessuna esperienza riuscisse davvero a raccogliere il desiderio fino in fondo.

Non è una mancanza da colmare in fretta.

È una forma di apertura.

Siamo fatti anche per ciò che non si consuma.

E l’Ascensione non chiude questa fame: la rende abitabile.

Non toglie la terra.
La attraversa di cielo.


Più vicino del visibile

Il nostro cammino?  Portare dentro uno spazio aperto. Non trattenere. Non occupare. Non spiegare troppo.

Semplicemente stare in una Presenza che non si impone e non si ritira del tutto.

Gesù non possiede, attira. Abita tutto in modo nuovo. Entra nella carne e la porta dentro Dio.

E il cuore, lentamente, impara a seguirlo.

Non verso un altrove lontano.
Ma verso ciò che è, misteriosamente, più vicino del visibile.

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