eucaristia

Partecipare l’Amore

“Partecipare l’Amore”.
Spunti di riflessione sulla “coralità dell’amore” in Maddalena de’ Pazzi

L’esperienza mistica di Santa Maddalena de’ Pazzi presenta una spiccata connotazione corale e di amore partecipativo. Superando forme intimistiche ed esclusive, la sua vita di “inclusione trinitaria” si snoda nel desiderio e l’impegno fattivi di portare in Lui tutto e tutti.

“Talvolta incontrando qualche suora la pigliava e stringendola molto forte gli diceva: anima amate voi l’amore? Come fate a vivere? Non vi sentite consumare e morire per amore? E simil parole diceva credendo che ciascuna sentissi quel che lei sentiva dentro di sé” (PROII 189) .

La sua esperienza di comunione con Dio è per lei necessaria conversione al prossimo. La sua testimonianza nei diversi momenti della vita, diviene un rinnovato invito ad amare l’amore. In questa dimensione concreta di amore diffusivo, la santa si sente viva e vitale. Amore di Dio e amore delle anime si fondono in lei come un’unica fiamma. Così nel suo ambiente umano educa “all’amatevi insieme” esulando e insegnando a superare ogni forma di individualismo e chiusura.

“Ricordatevi spesso che il vostro Sposo stando in terra disse: Mandatum novum do vobis ut (Jo. 13,34), etc., e che in questo si sarebbon conosciuti i sua discepoli; se havessino hauto dilezione insieme” (AMMAESTRAMENTI in RC 245).

Così, come maestra delle giovani e poi delle novizie, compito che assolverà per 18 anni, progetta e articola la sua azione formativa nell’alveo di un amore comunicativo, visibile nei lineamenti del sacrifico, dell’offerta, della carità fraterna. Alcune testimonianze attestano che Maddalena ha il dono di vedere nei cuori, i suoi interventi sono sempre ordinati da equilibrio e pazienza senza mancare, a tempo e luogo, di saper essere esigente. (VASCIAVEO C., S. Maria Maddalena de’ Pazzi, il campanuzzo di Dio,Ed. Cantagalli, 2010, 90). Soffermiamoci, allora, a visitare un po’ più da vicino i tratti peculiari del suo vivere e formare all’amore con la familiarità e semplicità di un ascolto fraterno desideroso di riconoscerne elementi di traducibilità nell’oggi.
Afferma il Cepari, confessore e biografo della santa in merito agli Ammaestramenti e ai Detti di quest’ultima: “Non sariano mai andate la sera a riposare, (le novizie e le altre giovani monache) , se prima non l’avessero salutata e chiestole qualche buon ricordo; et essa con sincerità dava loro sempre qualche buon documento, et in tanta stima tenevano le parole e cose che essa diceva, che pigliavano la penna in mano e le scrivevano per non se ne dimenticare , stimandole cose degne d’esser tenute in pregio”( (AMMAESTRAMENTI in RC 210).

Da queste poche righe si intuisce il fascino e l’autorevolezza spirituale della santa sulle giovani in formazione nonché il suo stile, pedagogicamente indovinato, di forgiare le loro tempre sul calco evangelico del : “Deus caritas est”.
Maddalena parte dal presupposto che nell’itinerario spirituale ci sono molti gradini e ogni persona debba percorre il proprio cammino, tuttavia, ritiene che per intraprendere un percorso di vita spirituale autentico bisogna avere, con la Grazia di Dio, la determinazione a volere e desiderare il Tutto. Lei desidera Dio, vuole amarlo e possederlo e, ciò che desidera e vuole per lei, lo desidera e vuole per le altre. Vuole amare Dio e vuole che tutte lo amino.

“Amore, Amore! O Amore, che non sei né amato né conosciuto! Amore, datti a tutte le creature, Amore! se non trovi do’ ti riposare, vieni tutto in me che ti raccetterò ben io. O anime create d’amore e per amore, perché non amate l’Amore? E chi è l’Amore se non Dio, e Dio è l’amore? Deus charitas est (1 Jo. 4,16), e questo stesso è il’ mio Sposo e il’ mio amore. Questo mio Amore non è amato né conosciuto. O Amore, tu mi fai struggere e consumare. Tu mi fai morire e pur vivo. Amore, gran pena mi fai sentire, a tale che il’ corpo ne participa ancor lui, faccendomi conoscere quanto poco sei conosciuto” (PRO II, 189).

Nell’esperienza formativa di Maddalena, il “ venite ad amare l’amore” si declina in tutte le sfaccettature della vita monastica in particolare in quella che lei definisce “carità e dilezione fraterna”. Molti dei suoi Ammaestramenti raccolgono, proprio, questa sua profonda convinzione:
• Amate tutte le vostre sorelle che questo è precetto di Jesu; e tanto sia in voi questa dilezione e amore che, quando le riscontrate, giubiliate d’allegrezza come se fussi la prima volta che vi vedessi

2. Ricordatevi spesso che il vostro Sposo stando in terra disse: Mandatum novum do vobis ut (Jo. 13,34), etc., e che in questo si sarebbon conosciuti i sua discepoli; se havessino hauto dilezione insieme
3. Vorrei che voi amassi le vostre sorelle come faresti proprio se fussin nate dal medesimo padre e dalla medesima madre, e uscite dalla medesima casa che siete uscita voi.
4. Abbracciate tutto il mondo in vincolo d’amore, amando sempre tutte le creature per carità pura, cioè senza minimo attacco e affetto disordinato, ma solo perché Dio l’ama e vuole che voi l’amiate.
5. Amate più la carità che voi medesima.
6. Quelle creature che non amano il prossimo e non hanno dilezione intrinsica l’una con l’altra, per me direi che non havessin punto di conoscimento di Dio.
7. A volere amare il prossimo bisogna compatirgli, ma compatirgli sapientemente, cioè non haver tanta compassione che sia troppa; perché dove si vede l’offesa di Dio, allotta convien lasciare una certa compassione che non è secondo la carità, e dir le cose stiettamente e sinceramente come le si intendano.
8. Compatite a difetti che vedete nelle vostra sorelle, scusatele sempre, e sentite i lor disgusti et affliggimenti come proprio fussin vostri.
9. Compatite a Jesu vostro Sposo e a chi participa della sua passione. Esso è in cielo e non può più patire; però compatite a sua membri, che lo reputerà fatto a se stesso.
10. Godetevi della perfezione delle vostre sorelle. All’obbligo della perfezione basta ringratiarne Dio; ma se lo potete onorare in più sublime modo, perché non l’havete voi a fare?
11. Godetevi dell’amore che Dio porta alle creature e della perfezione che gli comunica.
12. Se voi desiderate per voi un grado di grazia, chiedetene a Dio dua per le vostre sorelle; e questo perché havete a stimar loro più meritevole di voi e atte a farne più frutto e dar più gloria a Dio che non faresti voi, e così purificherete l’anima vostra da ogni amor proprio e verrete a disporvi maggiormente per ricever l’istesse grazie.
13. Desidero che tanta sia in voi la carità, che più vi rallegrassi e ringratiassi Dio de benefizi e grazie concesse alle vostre sorelle, che di quelle che concede a voi; e molto più desiderassi che Dio amassi le vostre sorelle, che voi non desiderate d’esser amata voi, anzi ne pregassi l’istesso Dio. E questo per conoscer che le vostre sorelle son molto più grate de sua benefizi, e molto più corrispondono a Dio che non fate voi.
14. Se lo stesso Dio volessi concedere a un prossimo che v’offendessi e vi dessi disgusto (che non può esser, a ogni modo desiderate che gl’habbia tutta la perfezione e gloria de Serafini, ancor che l’havessi a spendere in vostra offesa.
15. Sia lontano da voi ogni minimo che di sdegno e mormorazione.
16. Sentite e favellate del vostro prossimo come vorresti fussi sentito e favellato di voi.
17. Parlate sempre il manco che potete del vostro prossimo, perché poche volte si parla del prossimo, benché in bene, che non vi s’aggiunga il ma; e sì come il vetro percuotendosi facilmente si rompe, così il prossimo mettendosi per bocca facilmente s’offende.
17/bis. Non dite cosa del prossimo vostro in assenza, che non la dicessi in presenza.
18. s’io conoscessi una che in vita sua non havessi mai detto male del prossimo, la stimerei degna d’esser canonizzata in vita.
19. Haresti a favellare del prossimo vostro come faresti dello stesso Dio, per modo di dire, e de Beati che sono in cielo.
20. Quando favellate a una vostra sorella o vero trattate di lei, vorrei che havessi queste considerationi: come essa vostra sorella è sposa del Verbo, tempio dello Spirito Santo e sorella de gl’Angioli; e che ne parlassi o trattassi con lei, con quella reverenza che vi pare che si ricerchi a una che sia tale.
21. Siate comunicativa perché se non fate frutto voi delle grazie che Dio vi fa, con il comunicarle all’altre, può essere che esse lo faccino.
22. Amate tutte le vostre sorelle d’uno scambievole et intrinsico amore essendo la prima a sovvenirle in tutte le lor necessità; anzi humilmente pregatele che quando hanno un bisogno si vaglino di voi [Ms. 2: quando hanno un bisogno ve lo voglino conferire
23. Quando potete torre qualche fatica alle vostre sorelle, ingegnatevene.
24. È meglio affaticarsi e far le cose l’una per l’altra, che se ciascuna facessi per se stessa, perché nel far le cose per sé v’è l’amor proprio e nel farle per l’altre v’è la carità.
25. Ne servizi del prossimo, non fate stima alcuna del vostro corpo
26. Questo è un asinello: deve portar la soma dl e notte, non bisogna tenerlo in riposo.
27. Stimate perso quel dì, nel quale non havete fatto qualche carità al prossimo.
28. Nell’usar la carità siate allegra e pronta, pensando che fate ossequio a Dio ne membri sua, perché lui reputa fatto a sé quel che si fa a una creatura per amor suo. Egli è vero Padre, deve esser da voi amato. E vostro Sposo: la sposa deve far ossequii allo Sposo; ma poiché a lui non gli potete fare, v’ha lasciato il prossimo al quale gli facciate in cambio suo, però fategli con grand’affetto, pensando di fargli allo stesso Dio.
29. Se ben nell’usar la carità alle vostre sorelle molte volte fate ossequio a questi corpi, risguardate però sempre l’anime, et in quelle risguardate l’immagine e similitudine di Dio.
30. Mentre servite e fate ossequio alle vostre sorelle, occupatevi in queste considerazione, quando nell’una quando nell’altra. Consideratele come figlie dell’eterno Padre, come spose del Verbo, come tempio dello Spirito Santo e come sorelle de gl’Angioli. O vero considerate l’amore con che Dio l’ha amate. E con queste considerationi accendetevi a fargli quelle carità con grand’ affetto.
31. Reputatevi indegna e stimate gran grazia di poter servire all’anime, che son sacrario dello Spirito Santo.
32. Non permettete mai che alcuna vostra sorella patisca per vostro amore, ma vogliate sempre esser quella voi che patiate e non quella che dà da patire
33. Mettetevi a sopportar qualsivoglia cosa per le vostre sorelle, e particularmente per quietare e consolare un’ anima, perché il cuore inquieto non dà in sé vero riposo a Dio. E voi non dovete bramar altro che poter dare a Dio le sua creature.
34. Quando vi vengono occasione d’esser non solo disgustata, ma ingiuriata, habbiate sempre verso quelle particulare obbligo e in occasione mostrate gratitudine e amore di quell’ingiuria e torto che vi fanno. (AMMAESTRAMENTI in RC, 245-250)
Le succitate parole di Maddalena confermano che amare cristianamente è una cosa difficile, non viene spontaneo, richiede un radicamento in Dio, un’esperienza vera, forte, trasformante della Comunione Trinitaria…. Richiede “un apprendimento”, un cammino… Richiede l’assunzione della categoria evangelica dell’ insieme , dell’essere con, del fare tutto gli uni per gli altri …
“Le tua parole non sono altro che un canto nuovo: Cantate Domino canticum novum (Sl. 95,1; 97,1; 99,1). Mandatum novum do vobis (Jo. 13,34). Questo è il’ canto nuovo. Che altro si contiene in esso mandato che amore e charità? A tale che i’ posso dire che queste son parole d’amore: Mandatum novum do vobis. Che noi amiamo gli altri, creati d’amore, come gli ha amati l’amore che è il’ mio Verbo. —– Ut diligatis invicem sicut dilexi vos (Jo. 13,34). Non dice in questo luogo: come ho amato me, ma come ho amato voi, perché se ci havessi amato come amò sé, harebbe fatto giustitia di noi, come la fece sopra di sé. Dice come ho amato voi, perché ci amò in atto d’amore, in atto di misericordia, di mansuetudine e di compassione. (PRO II 181).
La vita comunitaria, infatti, o è una scuola di relazioni schiette, autentiche, sincere, uno spazio in cui ci si ama di affetto fraterno, si gareggia nello stimarsi a vicenda (Rm 12,10), un luogo disciplinato dal dialogo, dal confronto, dall’affetto reciproco o non è comunità cristiana e come dice Maddalena: “per me direi che non havessin punto di conoscimento di Dio”.
Si individuano nella santa delle intuizioni formative molto interessanti per una vita di comunione che, con un linguaggio moderno, ci sembra di poter sintetizzare in: profondità e perseveranza. L’amore di Dio, per lei (e per noi), è condivisibile solo se è sperimentato. L’esperienza forte di Dio dà profondità alle relazioni, le stabilizza sul piano della comunione trinitaria, le purifica e le rigenera. Ma l’amore può dirsi profondo nella misura in cui è anche perseverante. Diceva Tertulliano: “Nessuno è realmente cristiano se non colui che persevera sino alla fine” (TERTULLIANO, La prescrizione contro gli eretici 3,6 , in Tibiletti C., a cura di, Roma, 1991, 89). È, infatti, il ripetitivo quotidiano che sugella l’innesto delle relazioni in Lui, perché, come si vede bene anche dalle parole della santa fiorentina, la vita di amore esige il rinnegamento di sé, la morte a se stessi, richiede la consistenza della fede come consegna fiduciosa e definitiva alla volontà del Padre.
“Alcuni poi ci sono che corrono, ma rari, vè! Et questi son quelli che corrono morti, però che non sanno che cosa si sia Dio, né Angeli, né Santi, né creatura, né purgatorio (con sentimento), ma con intelligentia e con l’affetto. Et questi tali corrono in tutto morti, et fanno al’ contrario di voi costaggiù che quanto più siate vivi tanto più correte. Et questi quanto più son morti, e stati in essa mortalità, tanto più velocemente corrono, di modo tale che si conducono al’ mio seno e alla caverna del’ mio Verbo, che proprio per loro l’ha fatta. Et non niegono questi la mia bontà, sapientia e purità, ma la confessono con una vera, fervente e morta confessione, et posson dire: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum (Jo. 1,1). “Tale ricerco che sia tu, anzi ti constringo e sforzo che venga a questo, et per farti acquistare questa vita morta il mio Verbo vuol suttrarre il’ sentimento della mia gratia. “Et questi tali posson dire: Vivo ego iam non ego (Gal. 2,20), ma vive veramente in me la purità dell’essentia di Dio, per participatione. (RE, 75)
Potremmo dire con l’evangelista Giovanni che, vivere la comunione fraterna è rispondere ogni giorno alla vocazione a rinascere dall’alto ( cf. Gv 3,1).
Ci sembra interessante, infine, cogliere dagli Ammaestramenti della santa, connotazioni di realismo frutto di un vero superamento di forme di idealità spesso limitanti e di ostacolo alla crescita comunitaria. (Ricordiamo che i suoi lunghi 5 anni di prova , descritti nelle Probationi, scaturiscono proprio dal conflitto tra idealità di vita monastica e incoerenze della realtà della comunità affrontate dalla santa, inizialmente, in modo molto rigido ed esigente verso se stessa e le altre). Il superamento della prova e la conseguente crescita spirituale, si traducono in accompagnamento delle giovani su passi di concretezza, realismo verso un amore dell’altra così com’è.
In sintesi: Guardando a Maddalena ci sembra di poter affermare che l’oggi ha un cuore antico. Per costruire la comunità come casa di comunione è necessario, allora come ora, stabilirsi in Dio per farsi carico spiritualmente le une delle altre e assumersi la responsabilità della santità altrui come della propria… La comunità così abbracciata diviene il luogo di crescita, umana e spiritale, luogo della verità dei noi stessi, della manifestazione delle nostre risorse e potenzialità come dei nostri limiti, dei nostri egoismi, delle nostre povertà… tornio di purificazione, conversione, trasformazione, e per questo, luogo eloquente di testimonianza evangelica.

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