Oltre il “Non ne ho voglia”: la mistica dei passi ripresi

La sveglia, tra queste mura, non possiede la durezza di un comando, ma la delicatezza di un invito. È un chiarore tenue che scivola lungo il corridoio, l’aria pungente dell’alba che risveglia mentre ci avviamo verso il coro. Ci sono mattine in cui questo silenzio si rivela come un grembo accogliente. E ci sono mattine – nella totale verità che dobbiamo a noi stesse e a Dio – in cui dentro l’anima risuona l’eco di quella resistenza antica, la stessa che attraversa le Scritture di questa domenica: «Non ne ho voglia».

L’attrito dell’umanità e la cura della vigna


È un’illusione comune pensare alla vita monastica come a un’estasi perenne, un idillio esente dalla fatica del volere. La vocazione a custodire la vigna non ci risparmia l’attrito con la nostra stessa umanità. Vi sono giorni in cui la preghiera è un fiume che scorre limpido e altri in cui i pensieri si affollano come polvere al vento; giorni in cui la cura dell’orto o lo studio, le mani in pasta, la cera, i paramenti sacri , e ogni servizio … sono pura lode e altri in cui la terra appare greve e i testi muti.

La bellezza del nostro stile di vita non risiede nell’assenza di questa lotta, ma nella qualità della risposta. Si gioca tutto in quel millimetro impercettibile che separa la reazione immediata dalla scelta matura.

Il Vangelo:  uno specchio esigente. Vi è chi pronuncia un «Sì, signore» formale e impeccabile, per poi adagiarsi nell’inerzia delle proprie certezze; e vi è chi sperimenta l’impatto del rifiuto, il peso del proprio limite, ma poi, capovolgendo il proprio sentire, si muove e va. C’è una paradossale santità in questo secondo movimento. È la santità di chi non si cura della coerenza esteriore, ma della verità del cuore.

La Regola come spartito del quotidiano


Il monastero non è il recinto di chi è nata “perfetta”, ma il laboratorio di chi impara a declinare il proprio “sì” con i passi, prima ancora che con la voce. La nostra Regola, che scandisce il tempo tra preghiera, lavoro, sororità è lo spartito che sostiene il canto anche quando la voce trema. Quando la campana suona, non ci consultiamo con i nostri stati d’animo. Ci alziamo, ci raccogliamo e offriamo a Dio proprio quella resistenza. È precisamente in quel piccolo, silenzioso atto di obbedienza quotidiana che il rifiuto iniziale si dissolve, trasformandosi in terra fertile.

La soglia dell’autenticità


Qui cerchiamo l’umiltà profonda, quella capacità tipicamente evangelica di svuotare se stesse per lasciare spazio ai sentimenti di Cristo. Impariamo a non trattare la nostra fragilità come una colpa, ma come il luogo teologico in cui Dio manifesta la sua misericordia. Nella nostra vigna ogni debolezza è accolta, perché sappiamo che il Padre non cerca esecutrici perfette, ma figlie capaci di abitare la propria umanità e di rimettersi in cammino ogni giorno…. é la mistica dei passi ripresi!

Chi varca la nostra soglia non incontra una comunità di creature angeliche, ma donne che hanno smesso di recitare una parte. Troverà sorelle che testimoniano come sia possibile e splendido lavorare per un Amore che non misura i nostri ritardi, ma celebra ogni nostro ritorno.

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