30 Ago Le foglie
Dalla finestra
Dalla finestra della mia cella il bosco è tutto verde.
In questi giorni d’estate mi capita spesso di fermarmi a guardarlo.
Apro la finestra.
Entra l’aria.
Il bosco si muove.
Il vento passa tra gli alberi e le chiome sembrano andare tutte nella stessa direzione, poi una folata cambia il movimento e per qualche istante ogni ramo sembra avere una propria voce. Il fruscio arriva fin dentro la cella.
Rimango lì.
È strano come, vivendo a lungo nello stesso luogo, si impari a riconoscere suoni che un tempo non si sarebbero nemmeno ascoltati.
Le foglie ancora sono lì
Adesso gli alberi sono pieni.
Le foglie coprono quasi tutto. Da lontano il bosco sembra una distesa compatta di verde e bisogna guardare attentamente per distinguere i tronchi, i rami, le forme diverse degli alberi.
Tra qualche mese sarà completamente diverso.
Lo so.
Ho visto tante volte l’autunno arrivare da questa stessa finestra.
Prima qualche foglia cambia colore.
Poi altre.
Il verde si spegne lentamente e compaiono il giallo, il rosso, il marrone.
Finché una mattina il vento porta via le prime.
Non tutte insieme.
Una.
Poi un’altra.
Alcune rimangono attaccate ancora a lungo, quasi fino all’ultimo.
Poi anche quelle cedono.
E l’albero resta.
Questa cosa, ogni anno, mi ferma.
E mi interroga: Forse perché non sono abituata a perdere?
Ci affezioniamo a ciò che abbiamo.
Alle persone.
Ai luoghi.
Alle abitudini.
Ai ricordi.
Alle cose che abbiamo costruito con fatica.
Ma ci affezioniamo anche a ciò che non si vede.
A un’immagine di noi stessi.
Al modo in cui vorremmo essere guardati dagli altri.
Alla necessità di avere ragione.
Al desiderio di sentirci indispensabili.
A quello che abbiamo immaginato per il nostro futuro.
Ci sono foglie che nessuno vede.
E forse sono proprio quelle che facciamo più fatica a lasciare.
Quando non sei tu a scegliere
Quando si parla di vocazione, si parla spesso di lasciare.
E giustamente.
Entrare in monastero significa lasciare molte cose.
Una casa.
Un lavoro.
Un certo tipo di libertà.
Un modo di vivere.
Persone che ami e che continuerai ad amare, ma che non saranno più il centro della tua quotidianità.
Sono rinunce vere.
Ma col tempo mi sono accorta che non erano quelle le più difficili.
Le rinunce che scegli hanno dentro una decisione.
Ci pensi.
Le preghi.
Le consegni.
Sai almeno in parte perché lo stai facendo.
Poi, però, arriva qualcosa che non avevi messo in conto.
Una perdita.
Un cambiamento.
Una delusione.
Una relazione che prende una direzione diversa.
Una parte di te che non funziona più come prima.
Un desiderio che non trova compimento.
Una certezza che si incrina.
E lì scopri che esiste un’altra parola.
Non soltanto lasciare.
Lasciarsi.
Lasciarsi spogliare.
È una cosa molto più povera.
Perché non sei più tu a decidere che cosa rimane.
Puoi soltanto stare.
A volte con la domanda.
A volte con la rabbia.
A volte con il silenzio.
A volte con una preghiera che non riesce ad andare oltre poche parole.
Le foglie che non avevo messo in conto
Ci sono cose che pensavo di aver lasciato e che invece mi rendo conto di portare ancora dentro.
La voglia di essere apprezzata.
Il bisogno di essere capita.
Il desiderio di avere ragione.
La paura di non essere abbastanza.
La pretesa che gli altri siano come vorrei.
La necessità di sapere che cosa succederà.
E persino il bisogno di capire Dio.
Come dovrebbe parlarmi.
Come dovrebbe guidarmi.
Come dovrebbe rispondere alle mie domande.
Pensavo che la sequela consistesse soprattutto nel fare spazio lasciando delle cose.
Poi ho scoperto che, qualche volta, Dio fa spazio in noi togliendo.
E quando toglie, non chiede il permesso.
Questa è la parte che costa.
Perché finché sono io a lasciare, posso ancora sentirmi protagonista del mio gesto.
Quando invece mi lascio spogliare, non ho più molto da mostrare.
Rimane la verità.
E la verità, qualche volta, è che ho paura.
Ho paura di perdere.
Ho paura di non sapere.
Ho paura che, se lascio andare qualcosa, non torni più.
Ma la fede comincia proprio quando posso stare davanti a Dio anche con questa paura.
Senza nasconderla.
Sotto la terra
Penso allora alle radici.
Non le vedo mai.
Guardo il bosco e vedo il tronco, i rami, le foglie.
Ma la parte che tiene davvero l’albero è nascosta.
È sotto la terra.
Mi piace questa cosa.
Mi ricorda che non tutto ciò che conta deve essere visibile.
La vita monastica è piena di cose che nessuno vede.
Una preghiera fatta quando nessuno sa che l’hai fatta.
Una parola trattenuta.
Un perdono che costa.
Una fedeltà che non produce risultati immediati.
Il lavoro quotidiano.
La stessa campana che suona ogni giorno.
La stessa cappella.
Lo stesso salmo.
Il volto di una sorella che incontri ancora una volta.
La vita passa attraverso queste cose semplici.
A volte sembra quasi che non stia succedendo nulla.
E invece, sotto, qualcosa cresce.
Come le radici.
Lentamente.
Nel buio.
Rimanere
C’è una parola che, vivendo qui, ho imparato a comprendere diversamente.
Rimanere.
Non è una parola spettacolare.
Non promette emozioni.
Non significa che tutto sia sempre chiaro.
Ci sono giorni in cui la preghiera è luminosa e altri in cui è semplicemente il gesto fedele di esserci.
Ci sono giornate piene di pace e altre in cui una piccola cosa riesce a disturbarti per ore.
Ci sono momenti in cui saii con forza che questa è la tua strada.
E altri in cui devi semplicemente camminare.
La campana suona.
Ci si alza.
Si va.
La giornata comincia.
E domani si ricomincia.
Forse molte delle cose più profonde della vita hanno questo ritmo.
Non accadono tutte in una volta.
Si depositano.
Mettono radici.
Ci trasformano senza che ce ne accorgiamo.
Perdere per ritrovare
C’è qualcosa nel Vangelo che continua a mettermi davanti a un mistero.
Perdere la propria vita.
Non è una frase che viene spontaneo amare.
Vorremmo conservare.
Proteggere.
Salvare.
Tenere vicino ciò che amiamo.
Eppure Gesù sembra condurci altrove.
Non verso una vita più piccola, ma verso una vita che non abbiamo più bisogno di possedere.
Questo significa seguirlo:
Lasciare che Lui entri.
Lasciare che tocchi le nostre sicurezze.
I nostri progetti.
Le nostre paure.
Le nostre immagini.
E anche le nostre foglie.
Per portarci più in profondità.
Perché a volte ci perdiamo proprio cercando disperatamente di conservarci.
E ci ritroviamo quando smettiamo di difenderci da tutto.
Non è qualcosa che ho capito una volta per sempre.
Lo imparo.
Ogni giorno.
Una vita ricevuta
Questo il monastero mi sta insegnando.
Che la vita è qualcosa da ricevere.
Ogni giorno.
Anche quando arriva diversamente da come l’avevo immaginata.
Anche quando mi chiede di lasciare.
Anche quando mi spoglia.
Ricevere non significa approvare tutto ciò che accade.
Ci sono cose che continuano a fare male.
Significa non permettere che il dolore diventi l’unico luogo in cui abitare.
Significa credere che la storia non sia finita soltanto perché una parte della storia è finita.
Come l’albero.
Quando perde le foglie non è finito.
La sua vita continua più nascosta.
Questo mi affascina.
Ci sono stagioni in cui Dio sembra togliere.
E noi vediamo soltanto ciò che manca.
Ma Lui vede…. vede ciò che sta mettendo radici.
La primavera non restituisce
Quando torna la primavera, l’albero non recupera le foglie dell’anno precedente.
Ne riceve di nuove.
Non è un ritorno indietro.
È qualcosa di nuovo.
Questo mi commuove.
Perché anche noi vorremmo spesso tornare indietro.
Riavere ciò che abbiamo perduto.
Rimettere le cose come erano.
Tornare a essere quelli di prima.
Ma Dio non opera così.
In Lui alcune perdite diventano il luogo in cui nasce una libertà che prima non conoscevamo.
Un modo diverso di amare.
Un modo diverso di pregare.
Una pace meno fragile.
La capacità di stare davanti a Dio senza dover capire tutto.
Una vita più semplice.
Più spoglia.
E proprio per questo più disponibile.
Un germoglio non assomiglia a una foglia caduta.
Eppure viene dalla stessa vita.
Ancora alla finestra
Fuori è ancora estate.
Il bosco è pieno.
Le foglie sono verdi.
Il vento le attraversa e per ora le lascia al loro posto.
Guardo gli alberi e penso che non devo avere fretta dell’autunno.
Verrà quando verrà.
Ci saranno foglie che cadranno.
Ci saranno rami nudi.
Ci saranno giorni in cui sembrerà che sia rimasto poco.
E ci saranno, più avanti, germogli che oggi non posso ancora vedere.
Non so quali saranno le prossime cose che dovrò lasciare.
Non so quali mi verranno tolte.
Non so quali parti di me dovranno cadere perché qualcosa di più vero possa venire alla luce.
E forse non devo saperlo.
Posso soltanto imparare, lentamente, a tenere le mani un po’ più aperte.
A non chiamare “vita” tutto ciò che ho paura di perdere.
A non confondere la mia identità con ciò che possiedo.
A fidarmi di Cristo anche quando non vedo ancora la primavera.
Il vento continua a muovere il bosco.
Rimango alla finestra.
Penso a quanto è strana la nostra paura di perdere.
E a quanto è grande il desiderio di ritrovarsi.
Forse la domanda non è quanto sono disposto a lasciare.
È un’altra.
Più semplice.
Più difficile.
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