22 Ago La luna sopra gli archi
Una casa che sta diventando casa
Quando la sera torno in cella, passo ancora tra piloni che non sono diventati archi.
È una cosa strana da dire: torno in cella. Come se il monastero fosse già una casa compiuta, come se tutto fosse al suo posto. Invece no. Ci sono ancora lavori da fare, muri da finire, vuoti che un giorno saranno passaggi.
Eppure, a quest’ora, quasi non ci penso più.
Davanti c’è la campagna.
Dietro, a poca distanza, comincia il bosco.
Di giorno sembra vicinissimo. Di notte, invece, sembra non finire mai.
Poi alzo gli occhi e c’è la luna.
È sempre un po’ sorprendente trovarla lì.
Passa sopra i piloni, sopra i muri ancora incompleti, sopra la terra, sopra gli alberi.
Non fa niente per essere vista.
Non chiede niente.
Sta soltanto lì, prendendo luce da qualcosa che non vediamo e restituendola al mondo.
E allora mi viene da pensare che forse non serve avere tutto finito per essere casa.
Alcune cose diventano vere proprio mentre stanno ancora accadendo.
La luce che viene da altrove
La luna, in fondo, è una cosa strana.
La chiamiamo luce, ma quella luce non è sua.
La riceve.
È il sole che la raggiunge e lei, semplicemente, la restituisce.
Forse è per questo che, guardandola, penso alla preghiera.
Non a quella fatta bene.
Non alle parole giuste.
Non a quando senti qualcosa.
Alla preghiera vera, quella che consiste soltanto nel restare.
Arrivare davanti a Dio senza avere molto da dire.
Con una giornata pesante.
Con una domanda ancora lì.
Con una cosa che non riesci a consegnare.
Con una parte di te che continui a tenere stretta.
E restare.
Senza produrre niente.
Senza dover essere luminosa.
Senza dover dimostrare di avere fede.
Come sei.
Incompleta.
A volte persino un po’ rotta.
Con stanze interiori che assomigliano ai nostri piloni: si intuisce già che cosa potrebbero diventare, ma tra una cosa e l’altra c’è ancora molto cielo.
E Dio non sembra avere fretta di riempirlo.
“E voi?”
Osservo e panso a quel brano di Vangelo quando Gesù porta i suoi lontano dal rumore.
Prima ci sono le voci degli altri, quello che si dice di lui, le opinioni, le interpretazioni.
Poi, a un certo punto, tutto si restringe.
“E voi?”
Una domanda breve.
Quasi spiazzante.
Non chiede più cosa pensa la gente.
Non chiede quale sia la risposta giusta.
Chiede a loro.
E, attraverso loro, a noi.
Tu, chi dici che io sia?
È una di quelle domande che sembrano semplici finché non provi davvero a rispondere.
Perché puoi sapere molte cose su Dio senza avergli mai lasciato davvero uno spazio.
Puoi conoscerne le parole, i racconti, i nomi.
Puoi aver imparato a pregare da bambina.
Puoi avere ricordi bellissimi legati alla fede.
E poi, un giorno, accorgerti che tutto questo non basta più.
Non perché sia falso.
Ma perché non vuoi più vivere soltanto di ciò che hai ricevuto dagli altri.
Vuoi sapere che cosa succede quando quella luce arriva fino a te.
Quando Dio smette di essere soltanto il Dio dei tuoi ricordi e diventa una presenza davanti alla quale non puoi più nasconderti.
Non sai bene cosa dire.
Pietro parla.
Dice una parola enorme.
Ma non ha ancora capito tutto.
E questa cosa mi consola.
Perché anche noi pensiamo spesso che prima bisogna capire e poi affidarsi.
Dio sembra avere un’altra logica.
Ti dà abbastanza luce per il passo che stai facendo.
Non per tutta la strada.
Per oggi.
Anche noi siamo in costruzione
Forse è per questo che mi piace che il monastero non sia ancora finito.
All’inizio lo guardi e vedi quello che manca.
Poi cominci a vedere quello che sta nascendo.
I piloni.
I muri.
Gli spazi che prendono forma.
Il vuoto tra una cosa e l’altra.
E ti accorgi che anche noi siamo così.
Ci sono parti della nostra vita che non hanno ancora trovato una forma.
Domande che non hanno risposta.
Desideri che non sappiamo ancora nominare.
Paure che tornano.
Cose che pensavamo di avere superato e che invece ricompaiono.
Ci sono giorni in cui ti sembra di essere tornata indietro.
Altri in cui, senza sapere bene perché, ti accorgi di essere cambiata.
Non siamo un’opera finita.
E forse Dio non aspetta che lo diventiamo.
Forse ci incontra proprio qui.
Tra quello che già c’è e quello che ancora manca.
Tra una preghiera che riesce e una che non riesce.
Tra il desiderio di fidarsi e la paura di farlo davvero.
Il bosco non ha fretta
Poi c’è il bosco.
È lì, vicinissimo.
Di giorno lo senti respirare nel vento, nel fruscio delle foglie, negli uccelli che si fanno sentire da lontano.
Di notte diventa una massa scura, quasi misteriosa.
E gli alberi fanno una cosa che noi facciamo fatica a fare: non hanno fretta.
Non si chiedono se stanno crescendo abbastanza.
Non guardano l’albero accanto per capire se sono indietro.
Affondano le radici.
Ricevono la pioggia.
Prendono luce.
Attraversano l’inverno.
Poi, quando arriva la primavera, ricominciano.
Forse la fede ha più a che fare con questo che con le nostre idee su Dio.
Con il lasciarsi raggiungere.
Con il rimanere.
Con il consentire a Qualcuno di più grande di noi di lavorare lentamente nella nostra vita.
Il bosco non sa spiegare il sole.
E non ne ha bisogno.
Gli basta riceverlo.
Restare
E forse la preghiera è questo.
Non sempre parole.
Non sempre emozione.
Non sempre consolazione.
A volte soltanto restare davanti a Dio abbastanza a lungo da permettere alla sua luce di arrivare anche dove noi non sappiamo arrivare.
Poi alzarsi.
E tornare alla vita.
Preparare una tavola.
Spazzare.
Lavorare.
Ascoltare una sorella.
Ripetere una cosa già detta.
Ridere per una sciocchezza.
Avere una giornata storta.
Ricominciarne un’altra.
Perché la luce di Dio non ci porta fuori dalla realtà.
La rende abitabile.
E forse è proprio lì che qualcosa comincia a cambiare.
Non necessariamente accade qualcosa di grande.
Semplicemente, certe cose non ti bastano più.
Non perché siano brutte.
Anzi.
Magari hai una vita bella.
Persone che ami.
Progetti.
Possibilità.
Eppure, sotto tutto questo, rimane una fame.
Non sai ancora darle un nome.
Non sai dove porterà.
Sai soltanto che c’è.
E che non se ne va.
Non devi chiamarla subito in un modo.
Non devi spiegarla.
Puoi custodirla.
Come si custodisce una piccola fiamma quando fuori c’è vento.
E vedere cosa accade.
Perché Dio, quando entra davvero nella vita di una persona, non sempre aggiunge.
A volte toglie.
Toglie il rumore.
Sposta il centro.
Lascia emergere una fame che era già lì.
Una fame che nessun’altra cosa riesce a saziare.
E questa fame non è una disgrazia.
È una grazia.
È il cuore che, piano piano, si accorge di essere fatto per qualcosa di più grande di ciò che può possedere.
Sopra gli archi che ancora non ci sono
Questa sera, tornando in cella, guardo ancora il monastero.
È lì.
Incompleto.
In costruzione.
Domani ci sarà ancora qualcosa da fare.
Gli archi non ci saranno ancora.
Il bosco sarà ancora al suo posto.
Gli alberi non avranno fatto progressi visibili.
La casa non sarà improvvisamente terminata.
Eppure, sopra tutto questo, la luna continuerà a fare quello che ha sempre fatto.
Ricevere una luce che non è sua.
E restituirla.
Forse è questo che dobbiamo imparare.
Non a brillare.
Non a diventare qualcosa di straordinario.
Ma a rimanere abbastanza vicini alla sorgente da lasciarci illuminare.
E poi lasciare che la luce passi.
In una parola detta bene.
In una porta aperta.
In una preghiera fatta per qualcuno che non lo saprà mai.
In una presenza.
In una fedeltà silenziosa.
Magari qualcuno, un giorno, passerà davanti a questi piloni che ancora aspettano i loro archi.
Guarderà una finestra illuminata.
Non saprà che cosa c’è dentro.
Vedrà soltanto una luce.
E forse gli basterà.
Fuori, il bosco tace.
Gli archi aspettano.
La notte avanza.
E la luna continua a illuminare ciò che ancora non è finito.
Chiara
Pubblicato alle 23:40h, 26 AgostoGrazie