26 Dic Intagliati nello stesso legno
L’ora del Vespro scivola lenta lungo i muri di pietra del chiostro, mentre l’ombra si fa densa e il silenzio del monastero prova ancora a farsi grembo per la Parola.
Oggi, 26 dicembre 2025, la liturgia non interrompe la festa: la sposta semplicemente dal nudità della paglia alla nudità del cielo.
Sostiamo davanti all’icona di Stefano. Non c’è distanza tra la Grotta di Betlemme e la polvere della lapidazione, ma solo una profonda, misteriosa coerenza. La mangiatoia e il martirio, a guardare bene con gli occhi dello spirito, sono intagliati nello stesso legno.
Il Natale è l’umiltà di un Dio che si si abbassa fino alla polvere; il martirio di Stefano è la grandezza dell’uomo che si spoglia di sé affinché Dio possa finalmente splendere, dalla polvere. In questo sguardo contemplativo, Stefano non è un corpo spezzato, ma lo sposo della Grazia. Egli è il primo che raccoglie il vagito del Bambino e lo trasforma nel canto del proprio Dies Natalis, la nascita che non conosce tramonto.
Il cuore che batte al ritmo di Dio sa che quella mangiatoia era già un preludio di Pasqua. Stefano, “pieno di grazia e di fortezza”, diventa il primo specchio di quella luce che ieri ha squarciato la notte del mondo. Quando egli grida di vedere i “cieli aperti”, non fa che indicare la feritoia di gloria schiusasi a Betlemme: un varco che nessuno potrà più chiudere.
La teologia del martirio è, in fondo, una teologia dell’abbraccio. Se a Natale Dio ha abbracciato la nostra polvere, oggi Stefano abbraccia la Vita, restituendo rugiada di perdono dove piovevano pietre d’odio.
«Signore Gesù, accogli il mio spirito». In questo sospiro finale risuona l’abbandono di chi ha smesso di difendere la propria vita perché ha finalmente trovato il Tutto. Stefano, ci insegna che il Natale si compie solo quando quella Parola, udita nel silenzio, si fa carne donata, pane spezzato, cammino offerto.
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