11 Feb Una voce dal silenzio, per chi è in ricerca
Insegnami a cercarti
Ci sono domande che tornano con insistenza nel cuore di tante giovani donne:
Che cosa vuole Dio da me? Dove mi chiama? È davvero possibile donargli tutto?
Qualche anno fa hanno chiesto a una sorella della nostra comunità di raccontare qualcosa del suo cammino. Non una spiegazione teorica della vita monastica, ma l’esperienza viva di una donna che ogni giorno cerca il Volto di Cristo dentro il silenzio, la lotta, la preghiera e la vita fraterna.
Riproporla oggi ci sembra un dono soprattutto per te che ti affacci su questo blog con domande aperte, desideri grandi, magari anche paure e incertezze. Non troverai risposte facili né percorsi già tracciati, ma il racconto sincero di un cuore in cammino.
Perché la vocazione non è prima di tutto “fare qualcosa” per Dio, ma lasciarsi trovare da Lui.
Buona lettura.
Intervista a una monaca carmelitana
Chi sono
Sono una monaca carmelitana che si impegna, gioiosamente e tenacemente, ogni giorno, per diventare ciò che è.
Cosa cerco
Forse ti sembrerà una risposta scontata, ma posso dirti solo questo: cerco Gesù.
Perché il monastero
Lui urla dentro di me: “Cercami in te”.
E vuole che lo cerchi non in una sequela autocentrata, fatta di risultati apprezzabili – pur nelle tante periferie esistenziali – ma nella verità della mia umanità.
Mi chiama a riconoscerlo negli anfratti della mia povertà, a giocarmi completamente in una relazione esclusiva con Lui.
Nella verità di una partecipazione nascosta alla sua Kenosi, di una sincera esperienza di evangelica sequela grazie alla quale prendere su di me la croce della mia miseria, rinnegarmi e andare dietro a Lui.
E vivere un’ininterrotta – perché vitale – preghiera di intercessione.
Come vivo la mia ricerca
Vivo nel paradosso di una continua lotta e, insieme, di una profonda pace interiore.
Non vedo arrestarsi il combattimento, né arretrare i tanti logismoi – quei pensieri che invadono il mio campo di battaglia. Pensieri, sentimenti, emozioni, affetti, passioni, desideri… tutto entra in gioco nella ricerca del suo Volto.
E tutto, spesso, sbatte contro i muri che io stessa innalzo per non perdere il prestigio della mia autoreferenzialità.
Eppure ecco il paradosso: tutto questo talvolta può portare persino angoscia, ma non ruba mai la pace profonda della certezza di essere parte di un grande, indescrivibile, misterioso e affascinante disegno d’amore.
Non chiedermi di spiegarlo razionalmente: certe esperienze si comprendono solo nell’alveo di una fede sempre più purificata.
Cosa mi assale
Mi rapisce l’idea di essere un’infinitesimale creatura nell’universo, eppure unica agli occhi di Dio.
Questo pensiero mi travolge e accende in me un desiderio sgangherato e infedele – ma sempre irresistibile – di amarlo come Primo e Unico.
E di riamarlo con ogni creatura, in ogni creatura, per ogni creatura.
Come mi esprimo
Dentro di me con gemiti inesprimibili che gridano il bisogno del suo Volto, che possa conoscerlo e riconoscerlo ogni giorno nei luoghi della mia e dell’altrui povertà.
Fuori di me con la sincerità di un cammino insieme spedito e zoppicante, lineare e inerpicato, luminoso e rabbuiante.
Mi esprimo in una contraddizione che provo ad accettare e consegnare allo sguardo di bontà e misericordia del Signore e delle sorelle, consapevole che la mia debolezza è forza di Dio.
Come procedo
A volte mi sembra di essere catapultata in un “non fare” che annulla, ora dopo ora, la mia presuntuosa necessità di risultati.
Un “mi fido di te”, un “ricominciamo”, un riconoscere di poter ancora pensare e scegliere…
Camminando mi accorgo che è la via purificativa che Gesù traccia per liberarmi da presunti efficientismi che possono insinuarsi nei miei pensieri, nei miei giudizi, nelle mie valutazioni.
La vita della monaca non ha lo scopo primario di fare qualcosa per questo o quel bisogno umano, pur sacrosanto.
La monaca esiste per essere memoria vivente di un Qualcuno – con la Q maiuscola – a cui tutti, consapevolmente o no, aneliamo cercando il senso della nostra vita e la felicità.
È il mio posto?
Tante volte mi chiedo se questo sia davvero il mio posto.
Mi rendo conto che è la mia opportunità per passare dal “buio all’Incontro”, da una vita vissuta in superficie a una vissuta nel profondo.
Dall’esperienza del:
“Prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno veduto” (Gb 42,5).
Sì, è il mio posto.
E il mondo?
Gli altri dove sono?
Sono nella preghiera.
Nella solitaria lotta spirituale quotidiana contro il tentatore.
Nel sacrificio.
Nella ri-offerta del dono implorato di un cuore contrito e umiliato che quotidianamente vuole aderire alla Kenosi di Dio.
Chi mi aiuta
La Parola. Il silenzio. La comunità.
La comunità: come mi sostiene
Mi aiuta a restare in un contesto di ascolto, di vigilanza, di apertura a uno sguardo contemplativo sulla vita e sugli accadimenti.
Mi aiuta a far germogliare la mia ricerca di Dio nel terreno dell’obbedienza.
Mi rialza nelle cadute, mi sorregge nei cedimenti, mi testimonia la profondità di una vita consegnata a Dio.
È come uno specchio che mi rimanda la verità del mio cammino di fede, di rinnegamento, di abnegazione.
I miei obiettivi
Permettere a Dio di rendere “monaco” il mio cuore.
Cercare e trovare Lui in ogni cosa, e ogni cosa in Lui.
Essere unita a Lui.
Cos’è per me la preghiera
È un continuo “corpo a corpo” con Dio.
Resistenza e resa dentro un rapporto d’amore profondo – ma asimmetrico – fondato sulla Sua fedeltà.
È un’opera della fede alimentata dalla frequentazione della Sua Parola, dal Suo bussare alla mia porta:
«Ecco, sto alla porta e busso…» (Ap 3,20)
E dalla promessa:
«Se uno mi ama… noi verremo da lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
A cosa non vorrei mai rinunciare
Forse la risposta più vera è che non c’è nulla a cui non voglia rinunciare.
Eppure sento indispensabili:
- la solitudine faticosa ma rigenerante del rimanere sole col Solo;
- il silenzio come spazio di ascolto di Dio, di sé, della sorella, della creazione;
- l’obbedienza come cammino di docilità e docibilità;
- la preghiera come respiro di un rapporto vitale con Dio;
- la contemplazione come sguardo purificato dalla fede;
- l’umiltà come espropriazione e riappropriazione di sé;
- il lavoro come corresponsabilità, gratitudine e partecipazione alla dignità di ogni uomo.
Mi basta?
Devo permettere al Signore di fare ancora tanto vuoto in me e lasciarlo entrare, riempire, trasformare.
Mi basta?
No, ancora non mi basta.
Cammino, con le mie sorelle, cercando fiduciosa il suo Volto.
“Insegnami a cercarti” – Sant’Anselmo
«Insegnami a cercarti, e mostrati a me che ti cerco…
Non tento, o Signore, di penetrare la tua altezza…
Non cerco di intendere per credere, ma credo per intendere.
E anche per questo credo: che se prima non crederò, non potrò intendere.»
(Proslogion, I)
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