In Monastero: il cuore in Dio e Dio nel cuore

In Monastero si fa questa esperienza: Il cuore in Dio e Dio nel cuore…

Riprendiamo e continuiamo a parlarti un po’ della nostra vocazione monastica consegnando alle tue domande frammenti della nostra esperienza che nel quotidiano –concretamente- ci costruisce, ci forma, ci aiuta a diventare ciò che siamo chiamate ad essere, e a restituire alla tua ricerca, spunti per un possibile percorso di fede, un indicatore di speranza, un cammino di crescita nella libertà e per amore.
Sono solo frammenti ma, se vuoi, è possibile recuperare da essi il dinamismo evolutivo di una risposta al Padre che si gioca nella fattibilità di un quotidiano semplice, essenziale vissuto nella sua interezza solo per crescere nella coscienza di essere fatte per Dio….“Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1):
Quello di cui ti parliamo presentandoti alcuni sprazzi di vita in Monastero, è in realtà un lavoro artigianale continuo sul cuore perché da cuore di pietra diventi cuore di carne… perché da cuore autoreferenziale divenga cuore docile, perché da cuore ripiegato divenga cuore dilatato, intriso di Spirito santo, innamorato di Gesù, offerto con amore al Padre…. Un lavoro che compie lo Spirito ma a cui noi, con questa vita, cerchiamo di creare le condizioni.
La vita in monastero si declina secondo la logica secondo cui preghiera, silenzio, fraternità, lavoro…. ognuna di queste dimensioni sia considerato spazio vitale nel quale il cuore accetta di essere forgiato, umiliato nel suo orgoglio autoreferenziale, nel suo bisogno di farsi idolo di se stesso…. nella sua inclinazione alla mondanità e si immette nel flusso di una continua “tensione” verso Dio… di una “intesa” sempre più vera e profonda con Lui.
È, per dirla con San Giovanni della Croce, la “salita del Monte” dove ad ogni tornante scopri la tua vacuità, il tuo nulla; praticamente è un percorso in discesa dentro se stessi, nei meandri più profondi, attraverso il labirinto dei propri vissuti più o meno elaborati, di emozioni e pensieri più o meno evoluti, talvolta super strutturati, irrigiditi da falsi schemi di riferimento. Una discesa verso il centro … un passaggio di stanza in stanza, come direbbe Teresa la Grande, fino a giungere al centro del Castello Interiore dove Dio dimora .
«Oggi stavo supplicando il Signore di parlare in luogo mio, perché non sapevo cosa dire, né come cominciare ad obbedire al comando che mi è stato imposto, ed ecco quello che mi venne in mente. Mi servirà di fondamento a quanto dirò. Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni [stanze in successione sempre più interne], come molte ve ne sono in cielo.
Del resto, sorelle, se ci pensiamo bene, che cos’è l’anima del giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue delizie? E allora come sarà la stanza in cui si diletta un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze? No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza di un’anima e alla sua immensa capacità!» ( Castello, 1, 1)
È ancora S. Agostino
Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’ acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce. O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall’ alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me». Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace. (Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo (Lib. 7, 10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255))

Ci vuole tempo….
Lo scatto avviene quando le ferite cominciano ad essere viste come feritoie, quando si decide di smetterla di considerare il cuore una cisterna screpolata e si sceglie di farlo diventare sorgente zampillante.
Ci si osserva dentro e fuori di sé e ci si accorge che accade qualcosa di straordinario… Il cuore da protagonista “sicuro” (sarebbe meglio dire saccente) della vita, dei progetti, … delle relazioni, pian piano sembra divenga un soggetto vulnerabile, passivo dentro un processo grazie al quale rimane ferito, sanguina ma lentamente si svuota e si dilata.
Ecco la sequela monastica: fare l’esperienza di una liberazione interiore e anche esteriore più forte di tutto quello che ci può accadere, di tutte le ostilità e le tribolazioni che possiamo attraversare. È il tentativo di mantenere lo sguardo fisso su Dio, in Dio riconoscere il senso profondo di quello che viviamo, del cammino che facciamo, senza prescindere dagli ostacoli dalle cadute, dalla nostra fragilità e con umiltà pregare:
“Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia speranza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: non potrò vacillare.
In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio. Confida in lui, o popolo, in ogni tempo;
davanti a lui aprite il vostro cuore: nostro rifugio è Dio.” (Sal 61,6-9)

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