12 Ott Il santo viaggio
Sto a guardia
Attingendo qua e là tra i tesori della tradizione monastica si trovano delle intuizioni di profonda e perenne saggezza. Ad esempio nel pensiero dei padri del deserto il monaco non è soltanto qualcuno che si separa fisicamente dagli altri – chiudendo la porta della sua cella – ma uno che intraprende nel suo cuore il santo viaggio (cf sal 84), uno che “ritorna in sé stesso” (cf Lc 15, 11-32) chiudendo la porta della sua mente, uno che cerca di “guardare il cuore con tutta l’attenzione” (Pr. 4,23). Un viaggio verso il centro, verso l’interiorità, verso la consapevolezza dell’inabitazione di Dio… Viaggio di ieri, di oggi e di sempre per quanti riconoscono e si lasciano interpellare dall’istanza dell’amore esclusivo e totalizzante di Dio. “E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti e ti invochi credendoti, perché il tuo annunzio ci è giunto. Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e minacci, se non obbedisco, gravi sventure, quasi fosse una sventura lieve l’assenza stessa di amore per te? Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: «La salvezza tua io sono!». Dillo, che io l’oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, Signore. Aprile, e di’ all’anima mia: «La salvezza tua io sono». Rincorrendo questa voce, io ti raggiungerò, e tu non celarmi il tuo volto. Che io muoia, per non morire, per vederlo.”
(S. Agostino, Le Confessioni)
Non è cosa da poco…..!
Si tratta di cercare, imparare, gustare, amare, custodire quel silenzio interiore che lentamente ci fa scivolare verso il centro dell’’anima: Dio. “La pietra è attirata verso il centro della terra, se arriva a quel punto possiamo dire che ha raggiunto il suo centro più profondo. Orbene, il centro dell’anima è Dio; se essa lo raggiunge e vi si stabilisce definitivamente, viene trasformata interamente. Essa somiglia allora a un cristallo trasparente colpito dalla luce” (Giovanni Della Croce, Fiamma d’amor Viva,). Evagrio affermava: “preghiera è mettere da parte i pensieri” ossia un progressivo autosvuotamento, in cui la mente è spogliata di tutte le immagini visuali e di tutti i concetti umani, e così contempla in purezza il mondo di Dio. Ma come far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore? Infatti è «dal di dentro, cioè dal cuore umano, che escono i pensieri malvagi» (Marco 7,21). Non è difficile accorgersi della propria dispersione interiore, della fatica a concentrarsi nel momento presente, della facilità con la quale traiamo conclusioni o formuliamo giudizi, talvolta anche temerari… I pensieri si muovono senza posa nella testa, come mosche ronzanti (vescovo Teofane) o come il capriccioso saltare di ramo in ramo delle scimmie (Ramakrishna). Vorremmo contraddire questi pensieri erranti, incontrarli faccia a faccia ed espellerli con tutta la nostra volontà ma spesso ciò può dimostrarsi controproducente: respingendoli con violenza si rischia di farli tornare con una forza accresciuta. “La mente razionale non può restare oziosa” insiste S. Marco il monaco. Come conseguire, allora, il silenzio interiore? Anche se non è possibile far desistere completamente l’intelligenza dalla sua instabilità, ciò che si può fare è semplificare e unificare la sua attività verso il ricordo di Dio attraverso la Parola “ruminata” o, come ci insegna la tradizione monastica orientale, attraverso la “forza del Nome di Gesù”. “Per fermare il continuo ribollire dei nostri pensieri” dice il vescovo Teofane “dovete legare la mente con un pensiero, o con il pensiero di uno solo – il pensiero del Signore Gesù”. Il flusso di immagini e pensieri continuerà ma si sarà gradualmente resi capaci di distaccarci da esso. L’invocazione ripetuta ci aiuterà a “lasciare andare” i pensieri presentatici dal nostro io. Questo “lasciar andare” corrisponde a ciò che Evagrio intendeva quando parlava della preghiera come di un “mettere da parte” i pensieri. Non un selvaggio conflitto, non una lotta spietata, furiosa, aggressiva ma un garbato, se pur determinato e persistente, atto di distacco. “Attraverso il ricordo di Gesù Cristo” scrive Filoteo del Sinai “raccogliete la vostra mente dispersa”. E ancora S. Diadoco di Foticea : “Quando abbiamo bloccato tutte le uscite della mente per mezzo del ricordo di Dio, allora essa ci richiede ad ogni costo qualche impegno che soddisfi il suo bisogno di attività. Diamole allora, come sola attività il Signore Gesù”. In questa esperienza si sviluppa interiormente un’intensa e bruciante convinzione di essere nell’immediata presenza del Signore: “lo Sposo è presente, ma non è visibile” (Gregorio di Nissa). Questa esperienza frutto di lento, continuo, progressivo e mai finito cammino, genera l’unificazione del cuore, genera l’ascolto, genera uno stato interiore permanente di preghiera. Come dice S. Isacco di Siria: “Quando lo Spirito prende dimora in un uomo questi non cessa di pregare, perché lo Spirito continuerà a pregare costantemente in lui. Allora né nel sonno, né nella veglia, la preghiera potrà essere separata dalla sua anima; ma quando mangia, quando beve, quando giace e quando fa qualsiasi lavoro, i profumi della preghiera saliranno spontaneamente dal suo cuore”. Questa esperienza genera la carità.
S. Agostino nella preghiera con cui chiude la sua opera sulla Trinità chiede a Dio-Trinità la grazia di essere liberato dal multiloquio interiore, quello che soffriva nel suo mondo interiore.
Ecco le sue parole:
Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell’interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia; infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca.
E aggiunge:
Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani.
E prega umilmente:
Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro del loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.
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