19 Set Il salario del sole e il senso di restare
La sera, quando la giornata qui in monastero si chiude e l’ultimo rintocco della campana dà inizio al grande silenzio, l’impatto con il buio è un fatto fisico. Spengo la piccola lampada e rimango sola, nella cella. C’è solo la finestra aperta e l’aria di settembre che rinfresca. In questo preciso momento, mentre mi raccolgo in preghiera provo a immaginare te. Ti vedo nella tua stanza, con il riflesso del telefono che ti illumina il viso mentre scorri le storie, i profili, le bacheche di altre persone. Cerchi qualcosa che ti riempia il buio, ma forse, sotto sotto, avverti una specie di vertigine sottile. Come la sensazione di aver corso tantissimo, di aver accumulato notifiche e impegni, senza esserti mossa di un millimetro da te stessa.
Ti scrivo da qui, da questa sponda di silenzio, perché credo che quello che viviamo noi tra queste mura e quello che attraversi tu lì fuori non sono mondi così distanti. Tu cerchi un senso che non svanisca il mattino dopo; noi proviamo ogni giorno a scommettere la vita su quel medesimo senso.
Fuori ti chiedono di essere sempre pronta, visibile, performante. Se non produci, se non ti mostri, sembra che tu non esista. C’è una sottile e feroce classifica che logora: chi arriva prima, chi fa la carriera più rapida, chi espone la felicità più splendente. È l’ansia di dover meritare il proprio posto nel mondo a colpi di risultati. Ma questa fretta continuo lascia addosso un senso di esilio. Si cammina per strada con la sensazione di dover sempre difendere un personaggio, mentre dentro trema il bisogno profondo di essere guardate per ciò che si è nell’intimo, dove nessuno può scattare una fotografia.
La piazza delle ore vuote
In questa domenica, la liturgia ci mette davanti a una storia che sembra scritta per noi. Parla di una piazza dove c’è gente ferma, in attesa, fin dalle prime ore del mattino. Il padrone di casa esce all’alba, poi a mezzogiorno, poi nel pomeriggio, e ogni volta trova qualcuno che aspetta che qualcuno lo ingaggi. Alla fine, all’imbrunire, quando ormai la giornata è passata, esce ancora e trova gli ultimi rimasti. A loro chiede: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far nulla?”. E la risposta è una ferita aperta: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”.
Questa frase mi fa pensare a te, a tante giovani donne che conosco. Quante volte ci si sente così? Non chiamate. Non scelte. Come se il treno fosse già passato e tu fossi rimasta sulla banchina, ferma in quella piazza, a guardare gli altri che hanno già trovato un ruolo, un lavoro, una relazione solida, una strada di successo. C’è una forma di sofferenza silenziosa nel sentirsi inadeguate, nell’avere l’impressione che la propria vita stia scorrendo via senza che nessuno ne colga il valore, senza che nessuno ti dica: “Ho bisogno di te, vieni anche tu”.
La meraviglia di questa pagina non sta nello sforzo degli operai, ma nello sguardo del padrone. Lui non cerca i più forti, i più veloci, quelli che hanno già le credenziali pronte. Continua a uscire perché non sopporta l’idea che qualcuno resti escluso. E quando arriva il momento della ricompensa, accade l’assurdo: a chi ha faticato solo un’ora viene dato lo stesso riconoscimento di chi ha sopportato il peso della giornata e del caldo.
Qui crollano tutte le nostre logiche commerciali, i nostri calcoli sul merito. Davanti a Dio non esiste una graduatoria. Non vali per quanto produci, non vali per quante ore hai accumulato sul palcoscenico della visibilità. Il suo salario è il sole, ed è uguale per tutti: è la sua presenza che si dona intera, gratuitamente, sia a chi ha camminato da sempre sulla strada giusta, sia a chi è arrivato all’ultimo minuto, stanco e con le mani vuote.
Il coraggio di perdere il passo
Nelle nostre giornate in monastero, l’affanno del mondo non scompare magicamente dietro le mura. Non siamo fatte di un’altra carne. Conosciamo l’attrito dei caratteri, la fatica di rimettere a posto l’orgoglio quando le cose non vanno come vorremmo, la tentazione sottile di voler primeggiare anche nelle piccole mansioni della casa. L’istinto di essere le prime, di far valere la nostra opinione, è una corda che vibra dentro ogni essere umano. Ma la Parola di oggi ci propone un ribaltamento che non è una rinuncia passiva, bensì un atto di pura audacia: accettare di fare un passo indietro.
C’è una forza immensa nel non pretendere il primo posto. Quando accetti di scendere i gradini della considerazione e del successo a tutti i costi, scopri che la terra è incredibilmente vicina e solida. Chi non deve proteggere un’immagine di sé, chi non deve dimostrare nulla a nessuno, diventa finalmente libero. È la sapienza dei miti, di chi impara a stare davanti alle cose minime del quotidiano senza l’ansia di possederle o di dominarle.
Se tu potessi osservare un giorno qualunque della nostra vita, vedresti gesti incredibilmente ordinari. Pulire i corridoi, impastare la farina per il pane, togliere le erbacce dall’orto…, lavorare nella nostra piccola azienda e si, anche scrivere, dipingere ceri, e icone… Nulla di eccezionale. Ma la differenza sta nel peso specifico che dai a ogni singolo istante. Quando pulisci un tavolo con l’attenzione e la cura con cui accoglieresti una persona sola, quel tavolo diventa un altare. Quando raccogli la terra sapendo che il tuo silenzio è legato alla sofferenza invisibile di qualcuno che non conoscerai mai, la tua vita diventa un canale sotterraneo di grazia. Questa è la nostra fecondità: essere radici che stanno al buio, sotto terra, perché i rami là in alto possano fiorire e dare ombra a chi passa.
I pensieri che sovrastano il cielo
Il profeta Isaia ci ricorda che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, e che le sue vie sovrastano le nostre come il cielo sovrasta la terra. Noi cerchiamo la sicurezza dei contratti, il calcolo dei meriti, la gratificazione immediata di un “mi piace”. Lui invece ci offre la vertigine di un amore che non si compra e non si guadagna, ma si accoglie e basta.
Se fossi qui accanto a me ti direi solo: Rallenta. Non devi essere impeccabile per avere il diritto di essere amata. C’è una bellezza indicibile nel lasciarsi trovare, anche se ti sembra che sia tardi, anche se ti senti l’ultima della lista.
Ci vuole un coraggio selvaggio, quasi folle, per scegliere di ascoltare questa voce oggi, quando ogni cosa intorno a te ti dice di consumare tutto e subito. Ma se senti quel piccolo bruciore dentro lo stomaco, se la prospettiva di una vita spesa per qualcosa che non muore ti fa tremare le gambe e insieme ti scalda il petto, non voltarti dall’altra parte. È il tuo roveto che arde. È il Padrone della vigna che è uscito ancora una volta, nell’ora più impensabile, solo per cercare te.
Un’invocazione per la sera
Signore delle cose piccole,
che non gridi nelle piazze e cammini sulle nostre strade,
guarda la mia fatica di voler sembrare sempre forte,
sempre all’altezza delle aspettative degli altri.
Vedi questa fretta che mi ruba il presente
e la paura profonda di non valere nulla se rimango indietro nella piazza.
Sgancia le mie mani da tutto ciò che stringo per orgoglio o per difesa.
Insegnami a stare nel mio silenzio senza fuggire da me stessa,
ad accogliere la mia fragilità non come una colpa, ma come lo spazio in cui ospitarti.
Fai del mio cuore una cella nuda e aperta,
dove tu possa riposare e dove io possa finalmente ricordarmi chi sono:
una donna cercata dal tuo amore, custodita, libera.
Amen.
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