Giovanni Crisostomo

Giovanni Crisostomo

Giovanni Crisostomo Rublev… figure stupende si perdono nella dimenticanza tra le righe di un passato lasciato andare alla deriva o tra gli scaffali delle biblioteche, riservate a pochi. I fatti di cronaca di questi giorni ci riportano violenze, odi, patteggiamenti di esseri umani quasi cose di cui appropriarsi, e tutto in nome del proprio Dio. Ostaggi, stragi, rivendicazioni, minacce, messaggi criptati… è la storia di sempre!?! Quanti uomini nel corso dei secoli hanno pagato di persona le parole che lasciavano ai fratelli, uomini di prima linea il cui nome è nella memoria dei grandi e uomini di retroguardia dal nome sbiadito o ignoto… 13 settembre: la liturgia ricorda un dottore dalle “parole d’oro”, Giovanni Crisostomo, un martire della fede, una umanità di poliedrica bellezza. E fa male al cuore leggere le pagine del tempo, quando il bene era sempre e comunque crocifisso. Dagli abissi dell’anonimato emergono i nomi di chi ha vissuto con lui il dramma dell’ostracismo.

Polo di attrazione per le donne del tempo, profondamente nemiche come l’imperatrice Eudossia che si vendicherà mandandolo in esilio e profondamente amiche come la diaconessa Olimpiade che non reggerà alla morte di lui e si lascerà morire dal dispiacere. Quando Giovanni giunse a Costantinopoli la sua esistenza si legò così strettamente a quella di Olimpiade che sarebbe quasi impossibile scrivere due distinte biografie. Si conosce la loro amicizia per le lettere a noi pervenute, scritte da Giovanni ai tempi dell’esilio, lettere in cui si avverte l’eco vivo e vibrante delle lettere di Olimpiade, andate perdute: la testimonianza di “due amici brutalmente separati”… “Documento di rara qualità per quell’epoca, ci permettono di cogliere l’intimità di due esseri tra loro molto diversi per la rispettiva natura di uomo e donna, per il carattere e la collocazione nell’ambito della Chiesa” (cfr Malingrey).

Giovanni Crisostomo, morirà di privazioni, di freddo e di stenti nel viaggio verso il secondo esilio, Olimpiade il cui corpo era “debole come una tela di ragno” (Epist. XII di Giovanni Crisostomo), non sopportando il duro colpo della morte del suo amato vescovo, si spegnerà di lì a breve a causa della tristezza. Quando Giovanni Crisostomo sarà riabilitato dalla Chiesa di Costantinopoli nel 416, anche la diaconessa sarà riabilitata. Così si scriverà di lei: “La sua memoria fu posta tra quelle dei confessori perché come tale ella morì e migrò al Signore fronteggiando le difficoltà sostenute per amore di Dio”. Due santi, un uomo e una donna che hanno portato con dignità nella propria carne l’odio dei potenti e le invidie di chi rifiutava di ascoltare parole di saggezza evangelica, due amici che hanno sopportato le calunnie e le voci e ogni sorta di strumentalizzazione come risposta alla intransigenza di una vita dedita al servizio di Dio. Potessimo noi avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti di Giovanni Crisostomo! “Solo una cosa mi dà pena, ed è non avere la certezza che tu stia su di animo. Fammelo sapere perché la serenità abbia un riverbero anche su di me” (Epistola a Olimpiade, giugno 404).

Nessun commento

Aggiungi un commento