Dio vivente

“Del Dio vivente”

La nostra vita monastica è un andare nel tempo compiendo il cammino dalla nostra povertà verso un’immagine… una somiglianza: «E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1,26); verso una pienezza. Attraversiamo il tempo alla ricerca costante di un Nome: “Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia, al mattino dentro di me il mio spirito ti cerca” (Is 26,8-9); un Volto in cui riconoscerci: ”Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto» il tuo volto, Signore, io cerco “(sal 27,8); una dimora dentro cui abitare: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario. Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora” (sal 27,4-5); una sorgente alla quale dissetarci: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua così l’anima mia anela a te o Dio, l’anima mia ha sete del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42,1-3). Seguiamo le orme di tanti che prima di noi e come noi hanno cercato questa fonte, hanno percorso l’irta salita del Monte, hanno percepito l’incompiutezza della loro esistenza e l’esigenza di una Verità che li rendesse liberi – “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”-( Gv 8,31-32). Così ci inoltriamo nel sentiero del carisma carmelitano che vede nella figura del profeta Elia il modello di una vita che vive davanti a Dio – “Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto” (1 Re,17-1)- una vita trasformata dall’esperienza di Dio. Le parole: «qol demamah daqqa», letteralmente: una “voce di silenzio svuotato, (una brezza leggera) evocano un silenzio che non è privazione di suoni o rumori ma di un silenzio cercato, che parla di ricerca, che non viene da sé, di un silenzio: “procurato”. “Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?” (1Re 19,11-13). La vicenda di Elia anticipa la nostra: la sua crisi, la morte del suo orgoglio, il deserto, l’apprendimento della strada dell’umiltà diventano la nostra strada. L’incontro di Elia con il Dio vivente sul monte, lo trasforma, lo rende davvero uomo di Dio, il vero contemplativo. Il suo incontro con Dio, portatore di intimità, lo nasconde nella Parola di Dio, gli dà una nuova fisionomia, gli cambia la vita, lo porta ad agire solo nella volontà di Dio. È il nostro cammino…. Lo stesso percorso interiore per incontrare il Dio vivo, la stessa ricerca, la stessa fatica, la stessa pace… Noi, oggi, sotto il mantello di Elia, sviluppiamo la nostra sequela come cammino di configurazione a Gesù, il Figlio del Dio Vivente. Il nostro “salire sul monte” si evolve come cammino di conformazione al Figlio di Dio che è volto del Padre, che è suo cuore, sua bocca, suo braccio, suo progetto… a Gesù che porta Dio fra noi, lo fa vedere e toccare. Questa nostra sequela è uno “stare con Lui” per apprendere da Lui, Dio incarnato, l’abc di un’umanità vera, profonda, semplice, praticabile, piena. “Se dici: Fammi vedere il tuo Dio, io ti dirò: Fammi vedere l’uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio” (San TEOFILO di Antiochia, Libro ad Autolico). Dio arriva nella nostra vita, giunge alla porta della nostra interiorità, non si impone, anzi si offre come amore disarmato, come amore crocifisso, come uno che non chiede la vita ma la dona … Così vince sul nostro cuore, fa presa sulla nostra esigenza d’amore, sul nostro bisogno di esistere per qualcuno, sul nostro desiderio di verità. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). E la sequela comincia a prendere la forma di un amore indissolubile :«Nulla mai, né vita né morte, né angeli né demoni, nulla mai né tempo né eternità, nulla mai ci separerà dall’amore» (Rom 8,38). Anche le situazioni più difficili o le esperienze più squallide, adulterate dalla nostra povertà, non ci impediscono di appartenerGli, perché Egli ha il potere vincente di trasfigurarle. Questo amore ci innesta nella vita, ora assumendo fino in fondo le cromature cupe delle ore buie, ora abitando la bellezza delle esperienze più luminose. Nelle situazioni concrete permane la fatica del nostro e altrui limite e sale forte il suo appello al nostro intimo: Ma tu chi dici che io sia? Chi sono per te, cosa porto alla tua vita? -Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».  Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – (Mt 16, 15-16). Così Lui ci conduce con delicatezza a cercare dentro di noi, a vedere ciò che di Lui brucia in noi e ci dà la forza di continuare, muove la nostra vita, solleva la nostra fronte, rimette il passo in carreggiata… «Prima di conoscere te io non esistevo» (Ilario di Poitiers). Così ci edifica e ci custodisce come dimora del Dio Vivente.

S. Teresa Benedetta della Croce commentando un passo della Regola carmelitana scrive:
“Meditare nella legge del Signore“ può essere una forma di preghiera quando assumiamo la preghiera nel suo ampio senso abituale. Ma noi pensiamo al “vigilare nella preghiera” come all’inabissarci in Dio, come è proprio della contemplazione, allora la meditazione ne è solo una via».
«Vegliando in preghiera, esprime lo stesso che Elia disse con le parole: “Stare davanti al Volto del Signore”… La preghiera è guardare in alto al Volto dell’Eterno. Lo possiamo solo quando lo Spirito veglia nelle ultime profondità, sciolti da ogni attività e godimento terreno, che lo attutiscono. Essere vigilanti con il corpo non garantisce quest’essere vigilanti e la quiete, desiderata secondo la natura, non lo impedisce».
«Non abbiamo il Salvatore solo nelle narrazioni dei testimoni sulla sua vita. Egli è presente a noi nel Santissimo Sacramento, e le ore di adorazione dinanzi al Massimo Bene, l’ascolto della voce del Dio eucaristico sono: “meditare la Legge del Signore” e “vigilare nella preghiera” nel contempo».

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1 Comment
  • Rosa Luisa
    Pubblicato alle 10:05h, 20 Maggio Rispondi

    La vita nel Carmelo è stare con Gesù risorto.
    Pregate per me, grazie.
    Rosa

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