03 Ott Dal silenzio … per te
Carissima,
ti scrivo anche oggi da questo luogo di silenzio abitato da una Presenza che non si vede, ma che parla ogni giorno, con voce più chiara di qualsiasi parola.
Ti scrivo perché so che sei investita da una valanga di domande, di dubbi, di paure…
Ti offro la testimonianza semplice e imprecisa del mio cammino grazie al quale comprendo ogni giorno sempre meglio che ciò che più conta non è essere capace, non è fare molte cose per Dio, ma lasciare che Dio faccia qualcosa in me. Mi sono accorta che la fede autentica – quella che scava in profondità – mi chiede una verifica quotidiana: Sto diventando più umana? Più simile a Gesù?
La vocazione al Carmelo per me non è nata da un sogno straordinario o da un segno clamoroso. È nata dall’esperienza, lenta ma certa, di essere accolta da Dio nella mia verità più povera. Lui ha guardato la mia vita così com’è – fragile, incoerente, spesso divisa – e non si è allontanato. Anzi, si è avvicinato. Mi ha attirata con la dolcezza del Suo amore.
Così intuisco ogni giorno meglio che soltanto chi si sente profondamente accolto può diventare accoglienza. Ecco perché credo che la vita carmelitana sia un mistero d’amore nascosto ma fecondo: perché ci chiede di essere spazio in cui altri – anche senza conoscerli – possano sentirsi accolti da Dio attraverso la nostra preghiera.
Nel Vangelo, Gesù dice ai suoi discepoli:
«Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16).
Queste parole le sento rivolte anche a me, qui, in questo silenzio che non è vuoto ma grembo. Sento che la mia vita, così piccola e nascosta, è chiamata a diventare una voce che parla di Lui, una presenza che rimanda al Suo volto.
E questo non perché io valga qualcosa, ma perché Lui ha scelto di manifestarsi attraverso le povertà di chi si lascia amare.
Vivere nel Carmelo non è una rinuncia alla vita, ma l’inizio di una vita nuova. Una vita non più vissuta da me sola, per me stessa, ma in relazione continua con Dio e con il mondo. Non è una fuga, ma un’alleanza. Una comunione segreta che abbraccia tutti, anche quelli che non sanno di essere amati.
Sì, è una responsabilità grande. Ma non mi schiaccia. Mi restituisce la dignità profonda di essere figlia amata, chiamata a riflettere – anche solo per un attimo – qualcosa del mistero di Dio.
San Cirillo di Alessandria scrive:
«Anche se uomini, figli della terra, egli li riveste di gloria divina».
E io credo che quella gloria non è visibile agli occhi, ma si rivela nella fedeltà quotidiana, nella preghiera che sale anche quando il cuore tace, nell’amore che si offre senza misura e senza pretese.
A volte mi domando: Sto davvero diventando testimone dell’amore di Cristo?
Non posso rispondere con sicurezza. Ma posso dire che lo desidero. E che voglio continuare a camminare in quella direzione, anche quando inciampo. So che l’amore vero non teme la fragilità. Dio non si scandalizza della mia povertà, e neppure delle mie infedeltà. Mi chiama a tornare, sempre.
Come dice la Scrittura:
«Non abbiamo ascoltato la voce del Signore, nostro Dio… ma ciascuno ha seguito le perverse inclinazioni del suo cuore» (Bar 1,22).
Questa verità non mi fa paura. È proprio lì, nel riconoscimento della mia miseria, che la misericordia di Dio trova casa.
Perciò continuo il mio cammino nel Carmelo, non perché sia forte, ma perché so di essere attesa. E perché desidero essere, ogni giorno, una povera preghiera vivente per il mondo. Una presenza umile e nascosta, capace di amare fino a disprezzare solo il male, mai chi lo compie. Nemmeno il mio nemico più intimo: quell’amore eccessivo per me stessa che rischia di chiudermi a Dio e agli altri.
E allora prego, con le parole del Salmo:
«Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, per la gloria del tuo nome; liberaci e perdona i nostri peccati» (Sal 78,9).
Se anche tu senti una voce che ti chiama nel silenzio… non temere.
Non sei sola.
C’è un luogo, preparato per te, dove il mondo si incontra con il Cielo.
Si chiama preghiera.
Si chiama amore.
Si chiama Carmelo.
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