monastero cerreto

Custodire la vita

 Con passo monastico…Custodire la vita … comporre eternità

La Parola che la Chiesa consegna alla nostra meditazione in questi giorni che ruotano accanto alla Pentecoste, aiuta a procedere con passo monastico nella nostra condivisione di frammenti di vita e pensiero che cercano di narrare ed espandere la vita. È il cap 17 del Vangelo di Giovanni, quella che viene definita la preghiera sacerdotale di Gesù. Voglio subito fare un accostamento con la nostra vita pensando alla semplicità del Cenacolo, dove si svolge una cena fra intimi, all’essenzialità di questi gesti sobri e infiniti, pieni di memoria e preghiera, che scandiscono il momento culmine dell’amore divino di Gesù: “Li amò sino alla fine…” Una amore che si fa desiderio di custodire gli amici, anelito all’unità, prospettiva di eternità…Così in monastero ogni gesto è estremamente semplice, significativo, è liturgia. In monastero si rifugge la dispersione, si evitano forme di evasione, non c’è rumore.

Dentro il silenzio claustrale la vita scivola in un ritmo semplice, denso di memoria orientato e afferrato da una Presenza anche quando la miseria di umanità fragili e ferite vorrebbe farsi scudo alla Grazia. Anche i gesti più ordinari come il mangiare o il riposo notturno emanano dal canto delle ore liturgiche e dalla benedizione priorale che conclude la giornata nell’alveo di un perdono e una accoglienza reciproca fanno di nuovo e sempre ripartire. Un profondo respiro liturgico della vita monastica che lascia percepire un fluire di pensieri, sentimenti, desideri che scorrono verso l’edificazione dell’unica realtà che conta, l’opera di Dio, la Sua volontà. Siamo dentro una sequela : dallo sguardo di Gesù costantemente volto al Padre suo, perennemente teso a “non la mia ma la tua volontà, Padre….” allo sguardo contemplativo che ciascuna gradualmente cerca di assumere per aderire al progetto del Padre e, nel mistero di una chiamata, esistere per intercedere..“Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te, usando il potere che Tu gli hai dato su tutti gli uomini per comunicare la vita eterna Che cosa considera Gesù la sua massima gloria? Una sola cosa: la volontà del Padre suo. Questa è la sua gloria, il suo potere, la sua missione, il suo destino, la fonte unica della sua stessa umanità: compiere l’opera del Padre suo.Così per noi: accanto alla gioia di un quotidiano donato, la sofferenza o la fatica di un procedere lento, a volte di un retrocedere… o altre volte ancora della stasi, se accolti dalle mani del Padre, come espressione della sua volontà, sono anche per noi sorgenti di eternità.

Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”(Fil 1,21).San Bernardo aveva detto: “Nella sua volontà è la vita. Nulla è utile all’uomo se non ciò che concorda con la sua volontà” (Sermone sui gradi della contemplazione). Poi Gesù nei versetti che seguono, ripete con accenti accorati, appassionati, direi quasi ostinati, la sua insistente preghiera: Padre, questi miei amici sono tuoi, non sono del mondo, Tu me li hai dati, ma sono tuoi ed io li ho custoditi, li ho amati, ho fatto loro conoscere il tuo nome, li ho difesi, li ho protetti, li ho guidati, ero sempre con loro, ma sono tuoi, non sono del mondo.Gesù sa che questi amici sono e restano fragili, ma il suo amore promette il miracolo di una mano costantemente tesa a sostenerli, guidarli; allo stesso tempo esprime l’abbandono fiducioso a Dio Padre, la cui volontà è tutta la sua vita, la sua essenza, la sua missione, il suo compimento.Gesù affida al Padre i suoi amici, perché sono “suoi” e sono del Padre. L’appartenenza stabilisce sempre una relazione di intimità, di tenerezza, di un compimento di umanità, di  un’umile interdipendenza, di un’esperienza di presenza amata anche nella lontananza che può comprendere solo chi la vive.È così il nostro andare…: un incessante anelito di appartenenza, di intimità, un abbraccio personale di Gesù, come direbbe padre Lepori, che stringendo noi, stringe a noi altre persone.

A volte viviamo l’illusione di essere noi a stabilire l’appartenenza e parliamo costantemente di dialogo, di vision , di superamento di distanze e di accettazione delle differenze, e dimentichiamo che questi sono solo mezzi, preziosi, se vissuti con umiltà e partecipazione, necessari, benedetti, ma la vera unità è quella qualità delle persone e delle comunità che fa esclamare al passante ignaro: “Guardate come si amano!” Benedetto XVI dirà che si tratta di «una qualità tale da permettere al mondo di riconoscerla e così giungere alla fede».Questo amore comunitario, così evidente da poterlo riconoscere e da poter alimentare con tale evidenza la nostra fede, non è certo un’astrazione… una chimera. Don Mauro Lepori ha un’espressione molto forte, spiegando la Regola ai formatori: “Per questo, la più grande aberrazione che si possa vedere nei monasteri e in altre comunità cristiane di ogni tipo, è anzitutto il vivere la vita comunitaria senza coscienza che in essa Cristo ci ama, e poi il viverla come se Lui amandoci non ci legasse agli altri, in una comunione di amore e di destino che non ha paragoni, neanche coi legami famigliari più stretti.” Il punto nodale è lo stesso che Gesù afferma: sentirci amati da Dio… Padre, sono tuoi… ti appartengono… È da questa certezza interiore propria di chi si sente amato e voluto dall’eternità che nasce quell’amore comunitario che risponde alla definizione della Chiesa primitiva, supremo modello di ogni comunità cristiana: “erano un cuore e un’anima sola. Una concretezza affettiva che plasma la vita comunitaria di calore umano, di rispetto profondo, di gioia di vivere insieme, di riconoscerci profondamente sorelle, accomunate da un unico destino vocazionale di cui non siamo padrone, ma che Dio ha permesso come unico cammino di conversione per noi.“Io gli ho fatto conoscere la tua gloria, la gloria che mi hai dato, perché siano uno come tu ed io siamo uno. (GV 17,22 )” Una persona, una comunità investita interamente e potentemente della volontà di Dio emana gloria, la gloria dell’eterna e immutabile santità di Dio.:

Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati… Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti e… presente in tutti.” (Ef. 4, 1-7)Non c’è identità piena senza appartenenza. Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità. Dio entra in questa dinamica e ne prende parte, la rende parte della sua stessa relazione con noi e, nella dialettica di luci e ombre, tesse la trama di un amore concreto ed eterno che allarga gli orizzonti del cuore ci mantiene in ricerca, ci invita alla vigilanza e alla misericordia, ci sprona ad essere nuove creature e, se pur fragili , ci permette di comporre eternità.

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