cuore mite e in ossequio

Chiamate al Carmelo
per ardere nel fuoco di Dio e per Dio
con cuore mite e in ossequio

Carissima,
qualche giorno fa hai bussato alla porta del mio cuore per chiedermi di condividere, nella semplicità di uno scambio amicale, qualche considerazione sul valore della mitezza nella vita carmelitana. Mi sono subito sentita interiormente interpellata dalla tua istanza e ho pensato a quanto sia per me arduo e allo stesso tempo suggestivo parlare di una virtù così desiderabile e così assimilabile al cuore di Cristo. Infatti, la mitezza è il tratto peculiare che dovrebbe configurare la fisonomia del monaco e la testimonianza evangelica più elevata da offrire, in questo frangente storico, per una Chiesa chiamata, adesso più che mai, a restituire all’uomo i tratti della sua somiglianza con Dio. Sono convinta che in un mondo con le mani fiacche e le ginocchia vacillanti nella fede, una vita impiantata nel cuore mite e umile di Cristo contenga un forte impulso profetico e che, anche se con il suo modo silente, dalla solitudine di un chiostro, abbia il potere di “interferire” concretamente con i cambiamenti di rotta del mondo verso un nuovo umanesimo.
Più volte, nelle nostre conversazioni, abbiamo condiviso la considerazione che molta gente ha delle moanche definendole formalmente una stirpe di donne fissate in, più o meno, rigidi schemi medievali, separate dal mondo, annebbiate da incensi e luci soffuse, ritmate da un tempo lento e capaci d dire ben poco all’uomo frenetico di oggi, impegnato inconsapevolemente in una corsa contro se stesso sui sentieri di una felicità virtuale. Anzi, con rammarico a volte abbiamo anche dovuto ammettere che gli stessi uomini di chiesa, bisognosi di voce e braccia per raggiungere i cuori di gente lontana, spesso si chiedono che senso abbia oggi una figura nascosta, anonima, senza ribalta, senza altoparlante. Eppure è proprio il Vangelo ad esaltare la preziosità di una vita “persa” in e per Cristo, incamminata umilmente con Lui sui sentieri della mitezza., come un bene per tutti
Ma chi è il mite?
Dal greco “pràotes”, la parola significa: forza sotto controllo, mentre pràos, termine con cui si definisce un cavallo domato, indica il mansueto, colui che permette alla Parola di Dio e allo Spirito Santo di tenere sotto il loro controllo la propria forza e si lascia guidare nell’usarla.
In ebraico il termine che indica la mitezza significa anche povertà. Perciò la mitezza include un atteggiamento di povertà spirituale, di pazienza, dolcezza e fiducia in Dio, che esclude la collera, la stizza e l’irritazione. La mitezza è invece una tranquillità d’animo, che è frutto della carità e che si manifesta esteriormente in un atteggiamento di totale benevolenza verso gli uomini e di coraggiosa sopportazione di persone o di eventi spiacevoli.
Le diverse accezioni del termine, nelle lingue citate, permettono di cogliere la portata di forza e vigore che necessità la statura spirituale della persona evangelicamente mite. Nonostante la mitezza connoti persone naturalmente calme, dolci, tendenti all’indulgenza tuttavia, in un’ottica evangelica, la mitezza si impone come atteggiamento interiore di persone mature, determinate, consapevolmente avviate in un cammino di dominio di sè, conscie della propria creaturalità e insufficienza ma dal cuore vigilante, stabilito in una Presenza da cui traggono forza e speranza a cui anelano e offrono ogni energia e verso la quale convogliano l’impegno di una vita perchè diventi sempre più Sua. Credo che tu condivida che, evangelicamente parlando, la fisionomia del mite riceve una forte pro-vocazione e trova una decisa collocazione nelle parole di Gesù quando dichiara di essere venuto a portare il fuoco sulla terra. (Lc 12,49-50) Infatti, i tratti vigorosi della mitezza rimandano principalmente ad un serio percorso di affidamento al lavoro infuocante e trasformante dello Spirito Santo, ad un affinamento che può essere frutto solo di una purificazione al fuoco dell’amore di Dio, ad una disponibilità a lasciarsi trascinare dalla violenza di questo fascio di ardore, ad una costanza nel lasciarsi consumare dalla fiamma della Sua Parola malgrado la sterpaglia dei nostri limiti, della nostra pochezza, della nostra inconsistenza, anche del nostro stesso peccato.
Non vedi anche tu qui una scintilla infuocante del valore profetico della vita monastica?
La monaca, chiamata ad assimilarsi al cuore mite ed umile di Cristo, non è una persona rassegnata a subire, non è vittima passiva delle prepotenze altrui, non è la sempliciotta di turno su cui poter scaricare tutto ma è chiamata ad essere donna adulta, frutto maturo, plasmata dalla impegantiva vita di fede, temprata dal continuo innesto nella misericordia di Dio e dalla quotidiana ricerca e adesione alla Sua volontà attraverso la via dell’obbedienza. I tratti della sua personalità spirituale si forgiano costantemente, alla scuola della Parola, nel servizio della comunione, nell’esperienza della propria caducità di fronte alla quale riconosce la necessità di un costante affidamento e abbandono alla Bontà di Dio e grazie alla quale può imparare e sopportare e supportare i tratti della debolezza altrui. Ciò significa che la mitezza della monaca non è mutismo esteriore espressione di passiva sottomissione, quanto piuttosto consapevole partecipazione al mistero di Cristo, caapcità di stare alla sua sequela, impegno costante per imparare da Lui a divenire mite ed umile di cuore, senza pesare il sacrificio, senza stare a calcolare le spese o la perdita. 
 Nella vita carmelitana, questo cammino di configurazione al cuore mite e umile di Cristo, si declina sul paradigma dell’ossequio di Gesù Cristo. Vivere in ossequio di Gesù Cristo, signifca vivere nella completa obbedienza esistenziale a Lui, nella condivisione della sua stessa obbedienza al Padre, significa in una parola vivere in Lui, abitare stabilmente in Lui attraverso il silenzio, la custodia della cella, l’ascolto e la meditazione della sua Parola, la vita eucaristica, la preghiera continua. Nella scelta dell’obsequium espressa dalla dipendenza umile, dal silenzio, dalla meditazione notte e giorno della legge del Signore, la monaca cammina verso una adesione continua a Lui rivelando nelle relazioni quotidiane i tratti forti della Sua mitezza Il cammino di conformazione al cuore mite e obberdiente di Cristo, alla sua docilità completa al volere del Padre, al Suo mistero di Kenosì, comporta per la carmelitana un serio e continuo combattimento spirituale con le “armi di Dio” contro le resistenze dell’orgoglio, e di ogni spasmodicità dell’io. Chiamata a vivere, stabilita nella fede, come voce mobile su un canto fermo, in una relazione permanente di amicizia con Gesù, amante attivo che attrae e trasforma la vita, la carmelitana esprime la gioia di una vita innestata in una relazione intima con Dio da cui riceve la forza e il senso per canalizzare ogni forma di aggressività propria e altrui, per scegliere liberamente di non discutere, non gridare, avere pazienza, attenzione, compassione, di ” sentire con Dio” il polso dell’altro .

Consegnandoti questa semplice condivisione credo di poter afferamre, in sintesi, che questo sia il modo peculiare della carmelitana di portare il fuoco sulla terra e che proprio qui sia insita la dimensione altamente profetica della sua vita: nell’umile, gioiosa e progressiva consapevolezza dell’amore che Dio ha per lei, nella passione per Lui che divampa sempre più intensamente nel suo cuore; nel lasciare a Dio la possibilità, attraverso le circostanze, di bruciare tutte le scorie che produrrebbero divisione, frattura, distanza tra lei e Dio, tra lei e i fratelli e le sorelle; nel purificare i giudizi della mente e le intezioni del cuore camminando verso una pacifica accettazione della propria e altrui debolezza; nel permettere al Signore di trasformare i ceppi duri dell’orgoglio e dell’amor proprio nel calore della interdipendenza, della complementarietà e reciprocità; nel lasciar sviluppare la fiamma della tenerezza e dell’amabilità nel suo tratto e nella sua parola; nel cooperare con Lui per trasformare il fumo della vanagloria in incenso che sale a Dio e offre nella preghiera e nel dono della vita tutto ciò che non è Lui, dis-trae da lui, appanna il cammino verso Lui; nel consumare la sua fiamma nel fuoco della carità che vede e ama Dio in ogni persona e sopra ogni cosa; nell’ essere come un seme piantato nel terreno della storia in grado di testimoniare efficacemente la verità della Parola di Cristo:
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». (Mt11,28-30)

2 Commenti
  • Manuela
    Pubblicato alle 23:39h, 17 Luglio Rispondi

    Carissima sorella, grazie infinite per questa stupenda e profonda meditazione. Subito dopo averla letta mi è venuto in mente il versetto del Vangelo di Giovanni “Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimora, porta molto frutto…”
    Un primo frutto è quello che otteniamo col nostro cammino spirituale, fatto di combattimenti , cadute ma anche di tanti progressi (la mitezza è uno di questi), il secondo è quello del dono agli altri di quanto abbiamo ricevuto. Il vino buono si ottiene con tanti acini d’uva, da solo non serve a nulla. Non a caso il versetto di Giovanni si conclude dicendo”Amatevi come Io vi ho amati”.
    Tanti acini tutti radicati in una solida vite dalla quale traggono vitalità e linfa.
    GESÙ è la nostra vite!
    Avrei ora una domanda da porti carissima sorella e che il mio cuore attende.
    Come crescere nell’AMORE? Come capire di aver fatto dei passi in avanti nel cammino dell’Amore?
    Grazie infinite!

    • Monache Carmelitane
      Pubblicato alle 17:32h, 27 Luglio Rispondi

      … Tutto comincia da un tuffo nella propria interiorità, qualche attimo di attenzione spirituale, una zummata di vangelo sulla casualità” degli avvenimenti, una virata consapevole dei bisogni profondi verso orizzonti durevoli e scorgi un filo rosso, una forza, una direzione, un marchio d’Autore che mai si smentisce creando e ri-creando nell’amore. E’ come il sangue, come la linfa, come l’aria, fonte della vita e anelito del cuore umano, desiderio e fulcro di relazioni profonde, alimento di ogni passione e spinta per ogni scalata o corsa, oggetto di ogni meta.

      … E ti accorgi che siamo impastati di Amore! Siamo fatti per l’Amore! Siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio Amore.

      Ciò speiga perchè il cuore umano è impregnato del desderio di pienezza, di reciprocità, di completamento, di comunione e condivisione, di tenerezza.
      Noi siamo fatti a immagine dell’Amore e il nostro cuore non è in pace se non riposa nell’amore.

      In qualunque stato di vita, la persona cerca di gustare la gioia profonda dell’incontro di un tu dipsosto ad un noi generativo e fecondo, si tratti di rapporti di coppia, amicizia, parentali, o fosse anche la fusione con l’arte, la musica, la ricerca…..
      L’uomo ha bisogno di amare e di essere amato e in questa dialettica vuole esprimersi, espandersi, rigenerarsi….

      Nella vita consacrata l’avventura dell’amore nasce e si risolve in Colui che è l’Amore: Dio Trinità.

      Avventura di divina seduzione grazie alla quale si scolora ogni fascino mondano e, costi quel che costi, tu senti il bisogno di appartenerGli, vivere in Lui, morire per Lui. Ogni sua proposta ti appare esigente ma ineludibile, a tratti inedita e misteriosamente iscritta da sempre tra le trame della tua storia, segnata da rinuncie per un centuplo quaggiù e la vita eterna, sempre in fieri, come Lui, dalla croce alla risurrezione.

      La stessa avventura di quell’amore eterno narrato in ogni pagina della S Scrittura, quel susseguirsi ed espandersi dell’amore di Dio per la sua creatura, che si ripete e si rinnova oggi per me con lo stesso pathos, la stessa forza travolgente e consumante che infiammò la vicende dei Patriarchi, dei Profeti, di Davide, e poi con Gesù, dei discepoli, di Marta e Maria, di Paolo ecc.

      Dice il profeta Osea: “Quando Israele era fanciullo, io lo amai […]. Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia[…]. Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare […]. Come farei a lasciarti, o Efraim? […] Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono.” (Os 11, 1-4).
      O il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere?” (Is 49, 15).
      E Geremia: “Efraim è il figlio che amo, il mio bambino, il mio incanto! Ogni volta che lo riprendo mi ricordo di ciò, mi si commuovono le viscere e cedo alla compassione” (Ger 31, 20).
      E il canto d’amore della Bibbia: “Forte come la morte è l’amore, le sue vampe sono vampe di fuoco” (cf Ct 8, 6),
      Amore di desiderio e di scelta.

      L’uomo desidera Dio, Dio desidera l’uomo, vuole e stima il suo amore, gioisce per esso “come gioisce lo sposo per la sposa” (Is 62,5)!

      Vita consacarta: avventura di un amore forte e tanace come la morte, amore fedele, amore che le grandi acque non possono spegnere, amore che seduce, amore che educa, amore che perdona, amore che trascina sui sentieri della condivisione, della comunione, della grautuità, del dono di sè e che interpella ad una corrispondenza responsabile e totale :”mi ami tu più di costoro? Pasci le mie pecorelle “(Gv 21,15).

      Dalla qualità della nostra risposta d’amore a questa domanda di Gesù dipende la bellezza e la pienezza della nostra vita consacrata ma è il suo amore che ci da la forza di un amore totale per Lui, un amore ardente che ci ” spinge” a mettere Lui sempre al primo posto, a cercare di piacerGli in ogni momento.a confrontare i nostri desideri con il suo desiderio. a vivere davanti a Lui come amico, confidente, sposo ed esserne felici, a sentire inquietudine al solo pensiero di stare un po’ lontane da Lui, ad essere piene di felicità quando siamo con Lui, a essere disposte a grandi sacrifici pur di non perderLo mai.

      Amore che ci porta a preferire di vivere sconosciute come Lui ma con Lui, a desiderare di perdersi in Lui come unica meta dell’ esistenza, a supplicare continuamente l’aiuto dello Spirtio Santo per scegliere con coraggio, giorno dopo giorno di ripsondere con amore all’amore di Dio…..

      “Se tacete, tacete per amore. Se parlate, parlate per amore. Se correggete, correggete per amore. Se perdonate, perdonate per amore. Sia sempre in voi la radice dell’amore, perché solo da questa radice può scaturire l’amore. Amate, e fate ciò che volete.
      L’amore nelle avversità sopporta, nelle prosperità si modera, nelle sofferenze è forte, nelle opere buone è ilare, nelle tentazioni è sicuro, nell’ospitalità generoso, tra i veri fratelli lieto, tra i falsi paziente. E’ l’anima dei libri sacri, è virtù della profezia, è salvezza dei misteri, è forza della scienza, è frutto della fede, è ricchezza dei poveri, è vita di chi muore. L’amore è tutto.” (S Agostino)

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