carmelitane: cercatrici di ciò che è “centrale”

Assistiamo oggi a una “sovrabbondanza”, nonostante il senso di precarietà e di instabilità, facciamo esperienza di un eccesso di informazioni, suoni, immagini che sorge quasi impellente la richiesta di definire ciò di cui non si può far a meno, che deve esserci, per abbassare il volume del resto. Accanto a chi cammina nella notte e a chi scala la montagna, nella trasformazione del desiderio si intraprende il viaggio dentro di sé. Abbiamo bisogno di riscoprire ciò che è essenziale o meglio ciò che è centrale nella nostra vita. Ciò per cui vale la pena vivere. “Il centro dell’anima è Dio” e il nostro viaggio nella vita è quel centro. Non c’è da immaginare un centro distante che esiga un arduo viaggio; Giovanni della Croce  indica un grado appena di amore per essere, per “stare” in quel centro! E con questo “grado” di amore alludeva al desiderio, alla brama, alla speranza di raggiungere l’amato.

A volte non consideriamo come centrali esperienze fondamentali del vivere umano, indispensabili per crescere, maturare, amare come sorelle, come carmelitane. A volte diamo per scontato ciò che è alla base del nostro vivere. Nessuna persona può sviluppare la sua esperienza spirituale se non passa attraverso dei “luoghi umani” che sono centrali che costituiscono ciò che non muta nella vita. Questi luoghi appartengono all’esperienza quotidiana e sono ben delineati dalla nostra regola: la cella, le mura, la terra, le sorelle, la priora. Questi luoghi dell’esperienza che consentono di crescere, maturare, nella misura della piena maturità di Cristo, sono contesti che accolgono le sorelle aiutando ciascuna a costruire con semplicità la sua vita sapendo che il Signore è in mezzo a noi, Lui ci ha chiamate a questo e ci dona la grazia per vivere da creature nuove ogni giorno, da persone chiamate a libertà.

Parlando in senso stretto non c’è un mondo naturale, c’è sin da principio un mondo di grazia perché sin dall’inizio la creazione e la redenzione passano di mano in mano. In altri termini, la nostra vita è avvolta dalla presenza di Dio, dalla sua grazia che sana, consola, sostiene. Esiste un porto che il Signore prepara per noi ed è il luogo della nostra abitabilità.

Il centro viene a noi, non c’è da cercarlo nascosto chissà dove. Nel nostro viaggio interiore non dobbiamo far altro, suggerisce san Giovanni della Croce che “entrare in Dio”. L’unione con Lui investe tutto il cammino, la divinizzazione è un processo continuo. Come fare? Sappiamo che abitando la cella, dimorando in essa il nostro cuore anche se debolmente impara a desiderare. Nel segreto della cella, come ricorda Gesù, chiusa la porta, preghiamo il Padre. Nella cella della dimora interiore custodiamo la divina presenza del suo amore sempre offerto a noi. In questo risveglio è la radice della vocazione carmelitana: ci accostiamo per accogliere la sua volontà su di noi espressa non nelle estasi, non nei rapimenti, ma nella fragile accoglienza della sua Parola pronunciata sulla nostra vita. Notte, monte, cella, centro…andiamo incontro in questo avvento alla notte in cui il Redentore nasce, notte radiosa di salvezza. Sul monte il Signore chiama beati quanti si impegnano a vivere per Lui. E nel centro. Lì è il Cristo che viene, andiamogli incontro.

2 Commenti
  • Pingback:venite e vedrete-vocazione
    Pubblicato alle 10:37h, 16 Gennaio Rispondi

    […] cerco di dare il nome di vocazione, chiamata… la clausura in sé è qualcosa che riguarda la custodia del cuore, al Carmelo ho imparato a “stare” dentro le cose, nella mia storia, a […]

  • Pingback:conoscere la propria vocazione
    Pubblicato alle 10:43h, 16 Gennaio Rispondi

    […] arte del crescere e dello scegliere ciò a cui siamo chiamati. In altre parole si tratta di aderire a se stessi. Sappiamo che rispondere alla propria chiamata è in primo luogo lasciarsi interpellare da un […]

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