Beata solitudo sola beatitudo

Non di rado, le giovani che ci incontrano per un discernimento vocazionale, chiedono delucidazioni in merito alla dimensione eremitico- cenobitica della nostra vita di monache carmelitane.,

Ci chiedono come facciamo a vivere le dimensioni della solitudine del silenzio se poi viviamo insieme molti momenti della giornata, se preghiamo insieme, se abbiamo momenti durante il giorno di ricreazione .

È una domanda apparentemente semplice, dettata dal desiderio di conoscere delle pratiche .

Eppure (e molte volte non ne sono consapevoli neanche loro stesse), nasconde un interrogativo ben più profondo ed esistenziale. 

È una domanda la cui chiarificazione tocca il centro nevralgico della nostra vita monastica carmelitana che declina sul paradigma della clausura, del silenzio e della solitudine uno stile di vita le cui coordinate sono la ricerca costante del volto del Signore, l’ amore alla Chiesa e ai fratelli.

Chiamate a vivere in una comunità orante, noi monache carmelitane portiamo nel quotidiano (non senza fatica e cadute), l’impegno di testimoniare la vita della prima comunità apostolica, quella nata dalla Pentecoste dove, forti della certezza del Risorto, erano un cuor solo e un’anima sola. 

Una comunità della quale come dice san Giovanni: “Da questo vi riconosceranno, se avrete amore gli uni per gli altri”.

La comunità degli apostoli- come la nostra- non è esente da limiti, da contraddizioni, incoerenze e fragilità ma lo stare insieme è per noi una dimensione carismatica.

Il volto della comunità è il testimonio della nostra vita di preghiera e della nostra ricerca del volto di Dio.

La nostra vita fraterna, tuttavia, si delinea per carisma, sulle coordinate di lunghi e intensi tempi di silenzio e solitudine.

La sacralità di questi tempi non è data dalla rigidità di un codice ma dalla esperienza corroborante della ricerca di Dio che prorompe dentro di noi, attraverso la ricerca della verità di noi stesse e della ricerca di Lui in noi.

Come disse Gesù a Santa Teresa d’Avila: Cercati in me e cercami in te”.

Il silenzio non è uno spazio fisico privo di rumori. 

Il silenzio è esperienza di raccoglimento, di ascolto, di docilità allo Spirito.

Il silenzio è prima di tutto una esperienza interiore, la cui dimensione esteriore diviene necessaria e coadiuvante ma sarebbe inutile se dentro di noi si agitassero legioni di loghismoi ( pensieri negativi…  i demoni dei nostri vizi … direbbero i padri del deserto).

Il ricordo di Dio, come canto fermo, riporta la nostra vita in profondità, ci aiuta a conoscere, riconoscere, riconsiderare , quanto di fragile, debole, malato  come anche quanto di buono, di bello di vero ci sia in noi.

Stare ferme… in una esperienza orante continuata fatta non di parole, neppure di un pensiero costante su Dio (sarebbe impossibile alla nostra mente) ma ri -cordare nel senso di trarre fuori dal cuore  l’esperienza di Dio anche a partire dal nostro limite, dai nostri errori, dal nostro stesso peccato.

Questo ci taglia fuori da ogni chiacchiera, da ogni rumore, da ogni grido interiore di affermazione , considerazione, arrivismo o competizione…

Il silenzio interiore è luogo dell’incontro dell’anima col suo centro, è la condizione che realizza la parola: “Gettate in Lui ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di voi”.

Da questo  e su questo silenzio abitato si sviluppa la nostra capacità di stare da “sole”, di vivere la solitudine del deserto di cui parlano i primi monaci ( che tra l’altro hanno sempre un giro di persone che gli  abitano intorno e che rappresentano il loro discepolato).

La solitudine della nostra vita è certo favorita dalla vita in cella, dal lavoro svolto prevalentemente da sole, dai lunghi tempi di preghiera personale. Ma questi sono ancora una volta fattori eterni  e segni….

La solitudine è un’esperienza dell’anima che affrontando giornalmente il combattimento interiore cammina verso il “solo Dio basta”!

E paradossalmente solo a questo punto nel cuore e nella vita c’è posto per tutti! 

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