Autore della Salve Regina

 

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Beato Ermanno Contratto,  5 settembre.  Autore della Salve Regina

Spesso al calare della sera s’intona un antico canto, caro alle labbra e la cui melodia è dolce all’udito. Le parole ci raggiungono e salgono a colei che ci è Madre di misericordia e alla quale ricorriamo come figli di una umanità guardata da Dio: è la Salve Regina. Il suo autore non sembra essere la “tradizione popolare” a cui appartiene, ma già nella sua stesura completa questa preghiera a Maria nasce da un animo sensibile e profondo di un monaco tedesco, considerato una delle menti più luminose del suo secolo: Ermanno di Reichenau meglio conosciuto come Ermanno lo storpio. I documenti che attestano circa la sua esistenza riportano di un uomo con gli arti talmente deformati da non poter camminare, stare seduto nella sedia per lui costruita appositamente e neppure sdraiato.

Nacque il 18 luglio 1013  dal conte di Althausen di Svevia, Goffredo e Eltride. Fu monaco presso l’abbazia di Reichenau, in un’isola nel lago di Costanza, dove trascorse la sua vita fra la preghiera e lo studio. Nella biblioteca di Oxford, uno studioso gesuita, Cyril Martindale, in un volume latino chiamato Martindale, “riesuma” la storia di un “piccolo” affidato alle amorevoli cure della comunità dei monaci e divenuto poi monaco a sua volta. Sappiamo comunque che studiò a san Gallo e a trent’anni ricevette l’ordinazione sacerdotale a Reichenau. Il testo racconta di un uomo abitato dal desiderio, contraddistinto da un’umanità di spessore, appassionata. E ci raggiunge come una persona “piacevole, amichevole, sempre ridente; tollerante, gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti”. La sua fama arriva a Leone IX e all’imperatore Enrico III che si recano a conoscere questo uomo di rara finezza e sensibilità, che costruisce strumenti geniali e affascinanti e venne definito miraculum saeculi, la meraviglia del secolo.

Scrittore di una Cronaca Universale, testi di musica e di matematica, poesia e libri in cui spiega il funzionamento degli astrolabi di lui dice “Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca è stato indotto dalle preghiere di molti amici a scrivere questo trattato scientifico”.

Scopre in Monastero la bellezza dell’amicizia, il calore di una casa. E’ a Bertoldo che affida i pensieri più  intimi, a lui che quotidianamente lo accompagna e aiuta nella pleurite che lo porterà alla morte . Ed è Bertoldo a dire nel Martindale ” La Vita è così piena di vita pulsante, Ermanno ne esce veramente vivo! Non perché sapesse scrivere sulla teoria della musica e della matematica, né perché seppe compilare minuziose cronache storiche e leggere tante lingue diverse, ma per il suo coraggio, la bellezza dell’anima sua, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare e a fare a botta e risposta, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”. (…) Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità”.

A lui si attribuiscono anche l’Alma Redemporis Mater anche se questa preghiera mariana sembra strutturata più sulla sequenza Ave Maris Stella

Beato Ermanno Contratto

di Cyril Martindale

Il 18 Luglio dell’anno 1013 Eltrude, sposa di Goffredo, conte di Altshausen di Svevia , diede alla luce un figlio maschio.

Gli sposi appartenevano entrambi a nobilissime famiglie, e nomi di gentiluomini e di alti prelati si ripetono continuamente nei loro alberi genealogici. Eppure di nessuno di costoro si è serbata durevole memoria, salvo che del piccolo essere che venne al mondo orribilmente deforme.

Fu soprannominato “il Rattrappito”, tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte  per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili a intendersi. In un mondo pagano  egli sarebbe stato, senza esitazione di sorta, lasciato morire all’atto stesso della sua nascita, soprattutto considerando che il piccolo Ermanno era uno dei quindici [!!!] figli e che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche “deficiente”.
Che cosa fecero quei poveretti ancor sommersi in quelle che abbiamo la faccia tosta  di chiamare le “tenebre del medioevo”?  Lo mandarono (7) in un monastero  e pregarono per lui.
Erano stati i monasteri a raccogliere e a sviluppare tutto quanto era stato possibile dell’antica cultura . In Germania la cultura del passato veniva non soltanto dal sud latino, ma anche dall’Inghilterra (san Bonifazio del Devoshire) e, certamente, dall’Irlanda. Inoltre era largamente diffusa tra il popolo. La cultura latina, piuttosto ardua, era addolcita da piacevoli elmenti germanici. C’erano traduzioni in tedesco  dei Vangeli, nelle chiese si predicava in tedesco e si può dire che tutti i grandi nomi delle letterature latina e greca giungevano, attraverso il pulpito, all’orecchio di tutti .
[…] Fu in uno di tali monasteri che venne mandato il mostriciattolo deficiente.
Reichenau  sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza, dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte. Il monastero era stato fondato prima di Carlo Magno -esisteva cioè da più di duecento anni-. Sulla strada maestra, sulla riva di fronte, transitavano continuamente viaggiatori italiani, greci, irlandesi e islandesi. Le sue mura ospitavano dotti famosi e una scuola di pittura.
Qui il ragazzo crebbe. Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva.
Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, egli può essersi sentito “comodo” o, per lo meno, liberato da ogni dolore : quali sono tuttavia gli aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? Li traduco dalla biografia in latino: “Piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione” -ah, ecco una parola di difficile traduzione- “di essere galantuomo con tutti”, mi pare che sarebbe il nostro modo di esprimerci, oggi. Con il risultato che tutti gli volevano bene . E frattanto quel coraggioso giovinetto -che, ricordate, non era mai comodo, né seduto su di una sedia, né sdraiato in un letto- imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica . Scrisse un intero trattato sugli astrolabi e nella prefazione scrisse: “Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca”… “è stato indotto dalle preghiere di “molti amici” (già “tutti” gli volevano bene!) a scrivere questo trattato scientifico”.

Aveva sempre cercato di risparmiarsi lo sforzo, con ogni sorta di pretesti, ma, in realtà, soltanto a causa della sua “massiccia pigrizia”; tuttavia finalmente poteva offrire, all’amico al quale il libro è dedicato, la teoria della cosa, e aggiungeva che, se l’amico l’avesse gradito, avrebbe cercato, in seguito, di svilupparlo su linee pratiche e più particolareggiate.
E, lo credereste? con quelle sue dita tutte rattrappite, l’indomabile giovane riuscì a fare  astrolabi, orologi e strumenti musicali. Mai vinto, mai ozioso! In quanto alla musica -magari i nostri coristi d’oggi leggessero le sue parole!- egli afferma che un buon musico  dovrebbe essere capace di comporre un motivo passabile, o almeno di giudicarlo, e poi di cantarlo. In generale i cantori, egli dice, si curano del terzo punto soltanto, e non pensano mai. Essi cantano, o, per meglio dire, si sgolano, senza rendersi conto che nessuno può cantar bene se la sua mente non è in armonia con la sua voce. Per tali cantanti da strapazzo una voce forte è tutto ciò che conta.
[…] È per altro quasi certo che egli fu il compositore dello stupendo inno Salve Regina, dell’Alma Redemptoris, e di alcuni altri .Ma oltre a questo, Ermanno, dotato di un cervello straorinariamente attivo e vigoroso, e che era a conoscenza di tutte le tradizioni delle più importanti famiglie del suo tempo, ed aveva accesso a molti libri antichi che noi non conosciamo a causa delle distruzioni che in anni successivi dispersero e rovinarono le biblioteche degli antichi monasteri, scrisse un Chronicon  di storia del mondo, dalla nascita di Cristo al tempo suo . Si sa che l’opera si meritò le lodi dei competenti del tempo, che la giudicarono straordinariamente accurata , fondata naturalmente sulle tradizioni, ma tuttavia obbiettiva e originale . Eccovi dunque il monacello storpio, chiuso nella sua cella, ma desto, vivo, con gli occhi spalancati a seguire la scena del mondo esterno eppure non mai cinico, non mai crudele (è così frequente il caso che la sofferenza generi crudeltà) e capace di tracciare un quadro completo delle correnti della vita in Europa.

Venne il momento di morire. Lascio al suo amico e biografo Bertoldo di parlarci di questo. “Quando alfine l’amorevole benignità del Signore si degnò di liberare la sua santa anima dalla tediosa prigione del mondo, egli fu assalito dalla pleurite e trascorse quasi dieci giorni in continue e forti tribolazioni. Alfine, un giorno, nelle prime ore del mattino, subito dopo la Santa Messa, io, che egli considerava il suo più intimo amico, mi recai da lui e gli chiesi se si sentisse un poco meglio:
– Non domandarmi questo, egli rispose, non questo!… Ascoltami bene. Io morirò certamente tra breve. Non vivrò, non guarirò più.
Riferisce poi il cronista che il paziente gli disse che la notte precedente gli era parso di essere intento a rileggere il famoso Hortensius di Cicerone con le molte sagge osservazioni sul bene e sul male, e gli erano ripassate per la mente tutte le cose che egli stesso aveva avuto in animo di scrivere su quello stesso argomento.
– E sotto la forte ispirazione di quella lettura, tutto il mondo presente e tutto ciò che ad esso appartiene -questa stessa vita mortale era divenuta meschina e tediosa- e, d’altra parte, il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e cari, così che io desidero tutte queste cose passeggere non più che la impalpabile calugine del cardo.
– Sono stanco  di vivere.
All’udire queste parole di Ermanno, Bertoldo non seppe più trattenersi e, dice, “ruppi in grida scomposte e pianti! Ma Ermanno dopo un poco tutto indignato mi rimproverò tremando un poco per l’ira e guardandomi di sottecchi con aria di meraviglia:
– Amico del mio cuore, -diss’egli- non piangere, non piangere per me!”
Dopo di che chiese a Bertoldo di prender le tavolette per scrivere onde annotare alcune ultime cose.
– E -aggiunse il morente- ricordando ogni giorno che anche tu dovrai morire, preparati con ogni energia per intraprendere lo stesso viaggio, poiché, in un giorno e in un’ora che tu non sai, verrai con me, con me, il tuo caro, caro amico.
E furono queste le sue ultime parole.
[…] Senza dubbio, allevare bene il corpo è cosa importante, tuttavia subordinata; l’educar bene la mente è la cosa principale.
In questo povero, contorto ometto del Medioevo, brilla il trionfo della Fede che ispirò l’amore e il trionfo dell’amore che fu leale alla Fede professata.
Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità.

1 Comment
  • lucia bitossi
    Pubblicato alle 18:52h, 14 Agosto Rispondi

    SI POTREBBE AVERE UNA IMMAGINETTA CON PREGHIERA DEL BEATO ERMANNO (Salve Regina)

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