At Work

At Work !

Al lavoro con Dio

Ho cercato un metodo. Un metodo che potesse raccogliere aspetti scritturistici, indicazioni patristiche, intuizioni del monachesimo e dettami della regola carmelitana in merito al lavoro nella vita monastica … Ho cercato e alla fine ho trovato una storia vissuta con i dettagli di un umanesimo evangelico che ha dato, e continua a dare, il contenuto alla passione di ciascuna di noi per la vocazione carmelitana come anche riesce a trasmettere fascino a tante giovani che si accostano al monastero per essere raggiunte dal mistero della vita contemplativa nel carisma carmelitano.
Mi limito perciò a condividere alcuni aspetti che ho colto arrivando in monastero, che mi sono stati trasmessi dalle sorelle e che salgono a galla man mano che provo a riflettere sull’argomento; aspetti, che, sebbene in fieri, contengono i tratti peculiari di una vita tutta tesa ad incastonare ogni sua fibra nel vangelo. Arrivando in monastero immaginavo che ogni ricerca, come ogni dinamica si sarebbero risolte, esclusivamente e forse anche difensivamente, in assoluti e radicali atti di fede, e forse talvolta è anche così e deve essere, tuttavia mi trovo in una comunità, sicuramente, in crescita, talvolta zoppicante e con angolature da smussare qua e là ma vivificata da uno sguardo di fede passato continuamente al crogiuolo perchè si purifichi e sia autenticamente aperta alla verità e totalità di ogni persona, della vita, del mondo. Oggi posso affermaere che questo contesto, in primis, aiuta ad appropriarsi, riappropriarsi o riposizionare interiormente una visione evangelica dell’uomo e favorisce l’integrazione della proposta monastica, senza risparimare tagli e bonifiche interiori, senza escludere la sfida di una crescita umana e spirituale e, mettendo in gioco il pensiero, gli affetti, la volontà, in più”obbliga” ad approfondire una visione di fede incarnata nella vita, nelle relazioni, nelle situazioni, in ciò che si fa. Questo sguardo di fede, continuamnte purificato, senza forzature ma anche senza sconti, esige un costante riorientamento verso Cristo delle parole, dei pensieri, dei giudizi, delle relazioni, delle azioni concrete, del servizio che si espleta in comunità, di tutto, un cammino di diuturna conversione.
La Regola definisce il nostro tipo di vita e lo stile del nostro itinerario verso Dio scandito dalla preghiera liturgica e personale, dal lavoro, dalla lectio divina, dalla lettura spirtuale, dalla vita comune. Tutta la giornata è raggiunta dalla verità del nostro rapporto con Gesù, Dio incarnato. In essa ogni attimo è vissuto con la tensione della nostra vocazione monastica: essere consegnate ad una dimensione di lode e di servizio da cui emerga il volto di Gesù umile e obbediente al Padre; da qui il cammino dell’umiltà che proietta la nostra vita oltre la dimensione del fare. Difatti, mnetre scrivo, riemergono le scene dei primi tempi in monastero, del mio approccio allo stile operativo di una comunità monastica, dai passi calmi, ma al tempo stesso solerti, di alcune sorelle nell’incedere verso il servizio liturgico, o comunitario. Ricordo la mia iniziale fatica a conciliare lo scarto teorico/pratico che coglievo tra il mio ormai consolidato stile del “vado io” , vissuto come espressione di senso di appartenenza, responsabilità, servizio, e lo stile composto, rispettoso, ascetico dello stare al proprio posto, rispondere solo se interrogata, dare la propria opinione solo se richiesta, e mi accorgo di come pian piano i due mondi stiano interagendo dentro di me promuovendo uno sguardo nuovo che mi permette di vedere nello stile di vita incontrato qui una basilare lectio sulla dignità delle piccole cose, dei rapporti spiccioli, delle sfumature, del lavoro manuale o intellettuale, un criterio spirtuale di ieri e di oggi per dare ad ogni azione vissuta il valore di offerta, di dono, di servizio, di preghiera. A questa scuola si apprende che, certamente, il primato è dell’Opus Dei, linfa e forza di ogni agire ma che tutta la vita, in ogni sua angolatura è chiamata a svilupparsi nella consapevolezza di una Presenza così da assumere man mano la fisonomia di Cristo al punto da rendere connaturale pregare e mangiare, piuttosto che lavorare o riposare ( cf1Cor 10, 31-33), al punto che veramente tutto diventa preghiera.
Ed eccoci giunte al cuore della riflessione che trovo concentrata nel seguente versetto del cap. 15 del Vangelo di Giovanni «Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto». Questa è la mia casa, qui mi vuole quel Gesù che con prepotenza mi ha tratta fuori dalla vita super organizzata, dalla mentalità gestionale e per certi versi imprenditoriale. Lui mi vuole qui tra queste sorelle e mi viene incontro nella vita in ogni sua declinazione, per me nonostante tutto, vuole questa vita e non un’altra, questa storia e non un’altra, queste fatiche e non altre, Lui vuole che contando su di Lui, mi fidi del cammino di verità e di bene che mi è indicato, che le fatiche e le sofferenze, che pur ci sono e si fanno sentire, nell’economia di Dio io le accolga quali espressioni di quelle potature necessarie per poratre frutto.
E’ uno scatto di appartenenza continuo che permette l’assunzione di quanto, da subito, ho intuito ma che non sempre viene fuori nella forma più splendente a patto che la mia risposta alla vita che mi viene proposta non si dilati come spazio di libertà interiore che mi permetta, appunto, di dire e fare quanto mi è richiesto in un silenzio interiore umile obbediente, ad assumere cioè una posizione di figliolanza che permetta una relazione di vera maternità e sororità e farsi carico delle miserie proprie e altrui per farle evolvere in fiducioso abbondono in Dio e obbedienza alla realtà. E così fatte le dovute potature…. portare frutto abbondante fino ai più lontani confini della terra.
Il cammino effettuato e attualemnte in progress mi fa riconoscere in questo modalità di porsi il cuore della vita monastica, l’organo che pulsa linfa vitale a tutto ciò che si vive quotidianamente in monastero a ciò che viene richiesto nelle più ordinarie occasioni o nei servizi più disparati. E’, infatti, peculiarità della nostra regola svolgere qualsiasi attività in clima di silenzio per essere sempre raccolte alla Presenza di Dio; specifica è l’intuizione di svolgere oltre al servizio liturgico, alla preghiera e alla lettura personale, dei lavori affinchè l’ozio non favorisca un certo rilassamento interiore; altrettanto vero è il motivo che le nostre occupazioni, oltre a rispondere alle necessità pratiche della comunità (pulizia degli ambienti, infermeria, cucina, orto, lo stesso aggiornamnto del sito del moastero….), rispondono al necessario bisogno di sostentamento; con il lavoro delle nostre mani condividiamo la vita di tanti uomini e donne sottoposti al duro lavoro per rispondere alle esigenze di prima necessità; sviluppiamo l’aspetto più pratico e materiale del nostro voto di povertà; è, inoltre, stile della nostra comunità promuovere le capacità ed espressività di ciascuna sorella; cresce e si trasmette via via, la consapevolezza che il nostro operato è un modo concreto ed efficace di collaborare con Dio all’opera della creazione e alla diffusione di valori umani perchè evangelici. Tuttavia, è proprio la dimensione del cammino di purificazione della fede nell’ottica del dono e dell’offerta a qualificare il nostro lavoro come ogni nostra azione e a divenire precipua partecipazione al principale “lavoro di DIO”: amare e salvare l’uomo di sempre. Qualunque cosa si faccia allora nasce si dal guardare la realtà con intellgenza, senso pratico, creatività ma volge il significato, gli sforzi, i tentativi, le fatiche, come anche il gusto e la passione investiti solo verso Dio creatore e salvatore. Nel cuore della Chiesa io voglio essere l’amore eslamava s Teresina dopo aver passato in rassegna tutti i carismi presenti nelle descrizione del Corpo mistico della Chiesa fatta da s Paolo.
Qualsiasi lavoro monastico, include una dimensione di ascesi, di rinuncia, di obbedienza, di sacrificio ma anche di laboriosità, creativa, di positività di sguardo, di coinvolgimento ma tutti questi fattori sono elementi complementari di quella tensione al compimento implicita nel mistero di salvezza in cui siamo inserite e da cui ci sentiamo coinvolte per vocazione.
Siamo qui per attendere a Dio, vacare Deo; l’azione liturgica è il nostro primo lavoro, ad essa nulla va anteposto e in essa siamo coinvolte interamente per esprimere la totale adesione e obbedienza a Dio nella fede. Il cammino dell’umiltà , di cui parlavo prima e che per me è il cuore del cammino monastico, ci permette di ribadire, con maggiore evidenza, che tutto nella nostra vita, dall’azione liturgica ai lavori manuali, ripeto tutto, attinge forza e riceve forma dal mistero Pasquale che dona ad ogni fatica e sacrificio, lo spessore molto più consistente di un certo virtuosismo facendone confluire ogni cosa nel cammino di configurzione a Gesù figlio obbediente del Padre.

La laboriosità, la serietà e serentià con cui si vive la dimensione del servizio, il vivere ogni cosa nell’ottica dell’obbedienza, sporcarsi le mani come compiere lavori ripetitivi, sono atteggiamenti che subito saltano agli occhi entrando nella nostra comunità. Sostando, abitandoci e facendone parte si scopre che questi atteggiamenti sono costantemente modellati sullo sforzo di apertura, fiducia, ascolto, responsabilità, disponibilità realismo e soprattutto su un immediato e continuo impegno di perdono reciproco che permette anche ai lavori più semplici di riporatrci alla vertà della nostra risposta vocazionale e del nostro rapporto con le sorelle. In questo addentrarsi, oserei dire, elementare alla vita, all’obbedienza richiesta a ciacuna, agli uffici affidati, intravedo il nostro modo concreto di metterci At work ! Al lavoro con Dio, di collaborare con Lui all’opera della redenzione, di annunciare profeticamente il vangelo.
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio:
rafforza per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rafforza. (sal 89, 17)

2 Commenti
  • Monica
    Pubblicato alle 09:29h, 25 Ottobre Rispondi

    Grazie per questa bella, semplice ma profonda condivisione!
    Siete nelle mie preghiere !

  • Livia
    Pubblicato alle 08:06h, 26 Ottobre Rispondi

    Sono due grandi doni di Dio
    -poter accogliere le sofferenze e le fatiche come potature necessarie per portare frutto in Lui ” Chi rimane in me porterà molto frutto”dice Gesù
    – poter contare su di Lui e svolgere le attività della Vita in un clima piu di silenzio per essere sempre raccolta alla Presenza di Dio…. e questo anche e sopratutto nelle discussioni in famiglia o al lavoro…. sarebbe per me segno di appartenenza a Cristo… io che sono una Reclamante per la giustizia!

Aggiungi un commento