10 Gen Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi 1Gv 4,16
Potrebbe sembrare strano cominciare una riflessione sul vangelo appena ascoltato con una frase ‘estranea’ alla liturgia della parola. Potrebbe però allo stesso tempo questa frase costituire aiuto alla comprensione del senso – o meglio di un senso – che il brano evangelico delle tentazioni ci propone. A ben guardare infatti quello che il demonio compie è frapporsi tra l’uomo e Dio e disturbarne il dialogo. E’ importantissimo considerare questa dinamica per ogni cristiano che desidera autenticamente conoscere Dio e discernere la sua presenza nelle vicende della sua vita. La frase ascoltata qualche giorno fa nella liturgia eucaristia della Lettera di Giacomo ci dà solamente un indizio di quanto invece Gesù esprime con il suo esempio: «non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri» (Gc 4,2-3). Questa espressione ci mette in guardia da quelli che sono i veri motivi delle nostre richieste, ma non ci aiuta ad un discernimento sulla modalità corretta del dialogo con cui Dio.
Cristo è venuto proprio per questo. Egli viene spinto – scacciato letteralmente – nel deserto per essere tentato. E viene tentato proprio per insegnarci a riconoscere e vincere la tentazione. S. Agostino nel Commento al Salmo 60 afferma: «Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. […] Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato» (Enarrationes super Psalmos 60, 2-3).
Osserviamo come ha fatto per vincere la tentazione. In primo luogo egli digiuna 40 giorni e 40 notti. Si prepara alla tentazione con il digiuno – e magari la preghiera (cf. Mc 9,29) – per un duplice motivo. In primo luogo per fortificare il proprio spirito. Poi ancora per far emergere dentro di sé i bisogni, le necessità umane. Ciascuno di noi fa esperienza che le nostre necessità non possono essere messe a tacere. Esse fanno parte della natura ed emergono in maniera evidente quando ce ne si priva. Il digiuno serve dunque a far emergere dentro di noi le autentiche necessità, serve spesso anche a conoscerci meglio. Serve ad approfondire la propria vita spirituale. I padri del deserto si ritiravano in luoghi isolati e digiunavano per far crescere la loro vita spirituale. È importante ricordare questo in un tempo come quello della quaresima. Il Signore non vuole il digiuno per il digiuno, ma sempre in funzione di un bene maggiore. Ed il bene maggiore è sempre una crescita nella libertà interiore: amore verso Dio e verso il prossimo.
Ebbene, Cristo digiuna e proprio nel momento in cui ebbe fame, si presenta il tentatore. Questo è chiaro. Il tentatore ci prova su quello cui siamo più attaccati, ci prova sulle cose di cui sentiamo la mancanza, sui punti in cui siamo più deboli. E come si svolge la tentazione? Il meccanismo è abbastanza semplice: il diavolo mette sempre in ballo Dio! Ma come, potremmo chiederci, il diavolo mette in ballo Dio? Cos’è un controsenso? No, no, è proprio così, il demonio fa questo perché è interessato a guastare il nostro rapporto con Lui. O meglio, secondo uno dei suoi nomi comuni, egli vuole dividere (diaballo) l’uomo da Dio e l’uomo dall’uomo. Il suo scopo primario è sempre questo. Tutti noi facciamo esperienza che sulle necessità – e perché no, anche sui dolori più profondi, o comunque sui dolori – della nostra vita ci rivolgiamo a Dio. Il demonio vuole inquinare il nostro rapporto con Dio facendoci porre in modo sbagliato nei suoi confronti.
Come avviene questo? Semplice, facendo in modo che noi lo mettiamo sempre alla prova: se tu sei Dio… allora fai questo… Ma Dio non risponde a questo tipo di domande, anche se l’uomo è nel dolore perché Egli non vuole che il nostro rapporto con Lui sia inquinato, potremmo dire mediato, dal tentatore. Dio non permette che ci sia un terzo a suggerire le domande. Non perette di esser messo sotto scacco: di essere tentato. Egli desidera un rapporto che sia sempre più cristallino e trasparente e per fare questo chiede una cosa soltanto: fiducia. C’è un esempio chiarissimo di questo: Gesù sulla croce. Al capitolo 23 del Vangelo secondo Luca, ove è narrata la crocifissione di Gesù, la scena è molto chiara. Tutti si rivolgono a Gesù: dal popolo agli scribi, ai soldati fino al cattivo ladrone. E le domande/ingiurie rivolte a Lui sono sempre di un tipo: se tu sei il Figlio di Dio…, se tu sei il Cristo… A tutte queste interlocuzioni Gesù non risponde. Egli dà udienza soltanto ad una persona: il buon ladrone. Questi non lo tenta, ma gli fa una richiesta ammettendo la sua colpevolezza: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). La risposta è sconcertante: «in verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). Il ladrone chiede per bene ed ottiene molto di più di quanto ha chiesto, perché nella sua richiesta non c’è un tentare Dio, ma l’ammissione della propria colpevolezza ed una resa incondizionata.
Nel vangelo ascoltato oggi Gesù in qualche modo ci insegna la stessa cosa. Egli non cede mai alla tentazione di mettere sotto ricatto Dio, ma risponde respingendo sempre e nettamente la tentazione. Più che analizzare i vari tipi di tentazione – che potrebbero essere lette come le varie fami che muovono l’uomo – è secondo me qui importante osservare come il Signore non entri mai in dialogo autentico col tentatore, ma come piuttosto respinga con la parola della Scrittura gli attacchi del demonio. Questi hanno il solo scopo di alterare il corretto rapporto che Dio vuole con ciascuno di noi. In ultimo la tentazione del demonio si svela per quella che è. Egli viene finalmente smascherato ed in questo svelamento ci insegna l’essenza di ogni tentazione, che è l’idolatria: di se stessi o di qualsiasi altra realtà che non sia Dio.
L’atteggiamento invece più consono ad un cristiano, secondo l’insegnamento di Gesù, è quello di difendere – sì, letteralmente difendere – dagli attacchi del nemico l’idea della bontà di Dio, l’idea che Dio ci ama. Proprio quello che ci dice la prima lettera di Giovanni: noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16) e che Paolo esprime con l’idea di una vera e propria battaglia «ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato (τετήρηκα) la fede». Il verbo utilizzato per difendere è terèo. Lo conosciamo ormai bene: significa conservare, osservare, proteggere, difendere. È usato per la parola di Dio, ma qui viene inteso per la fede. L’amore che Dio ha per noi va sperimentato e poi creduto/conservato. Che significa questa progressione? Beh, ciascuno di noi – almeno in noi che abbiamo percorso e stiamo percorrendo un itinerario di vita religiosa – ha sperimentato, conosciuto, la bellezza di seguire il Cristo-Dio. Questa esperienza deve poi servire. Ci sono dei momenti in cui essa si offusca per lasciare spazio alla fame – o alle fami – di ciascuno di noi. In quei momenti ci rivolgiamo a Dio. Ma in che modo? Facciamo bene attenzione a come ci rivolgiamo a Lui, a come chiediamo. Facciamo attenzione al fatto che è necessario essere coscienti che nel dialogo a due Dio-uomo c’è sempre il tentativo di intromissione del tentatore che con i suoi pensieri – le tentazioni, i loghismòi denunciati dai padri del deserto – spinge l’uomo ad uno scorretto rapporto con Dio. Il rapporto che noi pensiamo essere a due può diventare inconsapevolmente per noi un rapporto a tre, ove possiamo farci portavoce di un pensiero che non è il nostro, o comunque non è esattamente corretto.
In quel caso ci sembra che Dio non risponda. Questo è sempre da verificare. Ma, ad ogni modo, il suo desiderio è che siamo noi stessi, nel nostro profondo, a parlare con lui. E possiamo esserlo solamente mediante Cristo, non mediante il diavolo. Esattamente come affermava Agostino: se noi rimaniamo in Cristo è vero che saremo tentati dal diavolo in lui, ma è anche vero che in Lui siamo anche vincitori. E questo significa non soltanto che otterremo quanto abbiamo di bisogno – anzi di più – ma che avremo accresciuto il nostro rapporto – amore – con Dio.
La conclusione del brano evangelico a tal riguardo è di straordinaria bellezza. Dopo aver respinto tutti gli attacchi del demonio questi si allontana ed subito dopo l’evangelista afferma: «ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano» (Mt 4,11). Gesù non chiede nulla! Ma appena terminata la prova è Dio stesso provvede a lui con i suoi angeli. Quegli stessi angeli che avrebbero dovuto sostenerlo secondo il salmo citato dal demonio, quegli stessi angeli ora sostengono e sostentano il Cristo. E questo secondo una modalità che non è quella diabolica della tentazione, bensì quella della gratuità che viene da Dio. Il soccorso di Dio si è verificato, esattamente come nella promessa del salmo, ma secondo il modo di Dio, non quello del tentatore. Il modo di Dio. Se noi lo approfondissimo… quanto più profondamente riusciremmo a conoscerlo e a percepire il suo amore. Esso si può comprendere come gratuità, che ci ricorda la figura del Padre che viene sollecitamente incontro alle esigenze dei figli in una preghiera che non deve neanche essere espressa a parole: «pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). Non temiamo dunque di rivolgerci al Padre, ma allo stesso tempo impariamo da Cristo qual è la maniera più corretta per farlo. In Lui, per Lui e con Lui avremo la certezza di non essere giocati dal tentatore. Se dunque da un lato non dobbiamo avere timore di lui né essere da lui ossessionati, potrebbe essere un grave errore non considerare la sua influenza nei nostri ragionamenti e nei pensieri che ci vengono in mente. La vigilanza è anche atteggiamento che difende la presenza di Dio dagli attacchi di colui che ci vuole lontani da lui. Per questo gioiamo: Dio ci ama! E non lasciamoci portare via questa gioia. Conserviamola e difendiamola dagli attacchi del tentatore. Il suo principale obiettivo è quello di privarci di quell’amore che già da ora dobbiamo ricevere, custodire e dare ai fratelli e alle sorelle. In Cristo solo questo è possibile ed è in Lui che ci rivolgiamo a Dio pregandolo con le sue stesse parole:
Ti ascolti il Signore nel giorno della prova, ti protegga il nome del Dio di Giacobbe. Ti mandi l’aiuto dal suo santuario e dall’alto di Sion ti sostenga.
Ricordi tutti i tuoi sacrifici e gradisca i tuoi olocausti.
Ti conceda secondo il tuo cuore, faccia riuscire ogni tuo progetto. Esulteremo per la tua vittoria, spiegheremo i vessilli in nome del nostro Dio; adempia il Signore tutte le tue domande.
Ora so che il Signore salva il suo consacrato; gli ha risposto dal suo cielo santo con la forza vittoriosa della sua destra.
Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli, noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio. Quelli si piegano e cadono, ma noi restiamo in piedi e siamo saldi.
Salva il re, o Signore, rispondici, quando ti invochiamo (Salmo 20).
Fr. Emmanuel Albano o.p.
Marta
Pubblicato alle 18:30h, 04 SettembreGrazie! Splendida intesa profonda riflessione. Mi aiuta ad avvicinarmi a Dio in modo corretto. Ho compreso anche come meglio pregare e come chiedere. Mi piace progredire nel rapporto con Dio. E’ il mio desiderio piu’ profondo. Da” senso ai miei giorni. Ai miei respiri. Ancora grazie. Marta